PONTIFICIO CONSIGLIO « COR UNUM »
LA FAME NEL MONDO
UNA SFIDA PER TUTTI:
LO SVILUPPO SOLIDALE
PRESENTAZIONE
Sono lieto di presentare il documento « La fame nel mondo. Una sfida
per tutti: lo sviluppo solidale ». E stato preparato con tanta cura dal
Pontificio Consiglio « Cor Unum » su indicazione del Santo Padre
Giovanni Paolo II. Anche quest'anno il Successore di Pietro nel suo
Messaggio quaresimale si è fatto voce di coloro ai quali manca il minimo
vitale: « La folla di affamati, costituita da bambini, donne, vecchi,
migranti, profughi e disoccupati, leva verso di noi il suo grido di
dolore. Essi ci implorano, sperando di essere ascoltati ».
Il documento si colloca nel solco indicato da Cristo ai suoi
discepoli. La persona e il messaggio di Gesù si incentrano infatti sulla
manifestazione che « Dio è amore » (1 Gv 4, 8), un amore che
redime l'uomo e lo trae dalla sua situazione di molteplice miseria, per
restituirlo alla piena dignità. La Chiesa nel corso dei secoli ha dato
innumerevoli espressioni concrete a questa sollecitudine di Dio. La sua
storia potrebbe essere scritta anche come una storia della carità verso
i più poveri, attuata da cristiani che hanno testimoniato ai loro
fratelli bisognosi l'amore di Cristo che dona la vita per il prossimo.
Lo studio qui pubblicato intende contribuire all'impegno dei
cristiani di condividere le urgenze dell'uomo di oggi. I temi trattati
sono infatti di grande attualità. Questo riguarda sia la descrizione
della realtà della fame nel mondo, sia l'implicanza etica della
questione, che investe tutti gli uomini di buona volontà. La
pubblicazione è di particolare importanza in vista del Grande Giubileo
del 2000 che la Chiesa si prepara a celebrare. Lo spirito di tale
documento non nasce da alcuna ideologia, ma si fa guidare dalla logica
evangelica e invita alla sequela di Gesù Cristo vissuta nella
quotidianità.
Non posso far altro che auspicare una vasta diffusione di questa
pubblicazione, sperando che essa contribuisca a formare le coscienze
all'esercizio della giustizia distributiva e della solidarietà umana.
Città del Vaticano, 4 ottobre 1996, Festa di San Francesco
d'Assisi
+ Angelo Card. Sodano
Segretario di Stato
LA FAME NEL MONDO
UNA SFIDA PER TUTTI:
LO SVILUPPO SOLIDALE
« L'ampiezza del fenomeno chiama in causa le strutture ed i
meccanismi finanziari, monetari, produttivi e commerciali, che,
poggiando su diverse pressioni politiche, reggono l'economia mondiale:
essi si rivelano quasi incapaci sia di riassorbire le ingiuste
situazioni sociali, ereditate dal passato, sia di far fronte alle
urgenti sfide ed alle esigenze etiche del presente. Sottoponendo l'uomo
alle tensioni da lui stesso create, dilapidando ad un ritmo accelerato
le risorse materiali ed energetiche, compromettendo l'ambiente
geofisico, queste strutture fanno estendere incessantemente le zone di
miseria e, con questa, l'angoscia, la frustrazione e l'amarezza ». « Su
questa difficile strada — sulla strada dell'indispensabile
trasformazione delle strutture della vita economica — non sarà facile
avanzare se non interverrà una vera conversione della mente, della
volontà e del cuore. Il compito richiede l'impegno risoluto di uomini e
di popoli liberi e solidali » (Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica
Redemptor hominis, 1979, n. 16).
INTRODUZIONE
Il diritto all'alimentazione è uno dei principi proclamati nel 1948
dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.2
La Dichiarazione sul progresso e lo sviluppo nel settore sociale
del 1969, sosteneva la necessità di « eliminare la fame e la
malnutrizione e di garantire il diritto ad una adeguata alimentazione ».3
Parimenti, la Dichiarazione universale per l'eliminazione definitiva
della fame e della malnutrizione, adottata nel 1974, dichiara che
ogni individuo « ha il diritto inalienabile di essere liberato dalla
fame e dalla malnutrizione per potersi sviluppare appieno e conservare
le sue facoltà fisiche e mentali ».4 Nel 1992, la Dichiarazione
mondiale sulla nutrizione ha riconosciuto anche che « l'accesso ad
alimenti nutrizionalmente adeguati e privi di pericoli è un diritto
universale ».5
Si tratta di indicatori molto espliciti. La coscienza pubblica si è
espressa senza equivoci. Pur tuttavia milioni di individui sono ancora
segnati dai danni provocati dalla fame e dalla denutrizione o dalle
conseguenze dell'insicurezza alimentare. La causa è forse da ricercarsi
nella mancanza di cibo? Proprio per nulla: in linea di massima si
conviene sul fatto che le risorse della terra, considerate globalmente,
sono in grado di nutrire tutti i suoi abitanti;6 infatti, il cibo
disponibile pro capite a livello mondiale è aumentato del 18% circa nel
corso degli ultimi anni.7
L'umanità si trova oggi di fronte ad una sfida indubbiamente di
ordine economico e tecnico, ma ancor di più di ordine etico-spirituale e
politico. E una questione di solidarietà vissuta e di sviluppo
autentico, al pari di una questione di progresso materiale.
1. La Chiesa ritiene che non si possano affrontare i settori
economico, sociale e politico prescindendo dalla dimensione trascendente
dell'uomo. La filosofia greca, che tanto ha impregnato di sé il mondo
occidentale, era già di questo avviso: l'uomo è in grado di scoprire e
di perseguire la verità, il bene e la giustizia con i suoi propri mezzi,
soltanto se la sua coscienza è illuminata dal divino. Infatti, è
precisamente il divino che consente alla natura umana di prendere in
considerazione i doveri disinteressati nei confronti dell'altro.
Parimenti, secondo il pensiero cristiano, è la grazia divina che infonde
nell'essere umano la forza necessaria per agire secondo il suo
discernimento.8 Tuttavia la Chiesa fa appello a tutti gli uomini di
buona volontà per portare a termine questo compito titanico. Il Concilio
Vaticano II affermava: « Di fronte ad un tal numero di affamati in tutto
il mondo, il Concilio insiste presso tutti e presso le autorità,
affinché si ricordino di queste parole dei Padri della Chiesa: "Nutri
colui che è moribondo per fame, perché se non lo avrai nutrito, lo avrai
ucciso" ».9 Tale solenne avvertimento sollecita ad impegnarsi con
risolutezza nella lotta contro la fame.
2. L'urgenza di questo problema spinge il Pontificio Consiglio « Cor
Unum » a presentare qui di seguito alcuni elementi della sua ricerca;
esso sente come suo dovere fare appello alla responsabilità individuale
e collettiva affinché vengano adottate soluzioni più efficaci e si
schiera dalla parte di coloro che già si applicano con molta dedizione a
questo nobile scopo.
Il presente documento cerca di analizzare e di descrivere le cause e
le conseguenze del fenomeno della fame nel mondo in maniera globale e
non esaustiva. La riflessione è illuminata soprattutto dal Vangelo e
dall'insegnamento sociale della Chiesa e non persegue un obiettivo di
portata congiunturale; perciò l'attenzione non si focalizza sulle
statistiche riguardanti la situazione attuale, né sugli individui a
rischio di morire di fame, sulle percentuali dei denutriti, o ancora
sulle regioni più minacciate e le misure economiche da prevedere.
Ispirato dalla missione pastorale della Chiesa, questo documento vuole
essere un appello pressante ai suoi membri e all'intera umanità, in
quanto la Chiesa « "è esperta in umanità": ciò la spinge ad estendere
necessariamente la sua missione religiosa ai diversi campi, in cui
uomini e donne dispiegano la loro attività in cerca della felicità, pur
sempre relativa, che è possibile in questo mondo ».10 Oggigiorno la
Chiesa si fa eco di questo appello provocatorio che Dio rivolge a Caino,
quando gli chiede conto della vita di suo fratello Abele: « Che hai
fatto! La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!... » (Gen
4, 10). Questo versetto duro, quasi insopportabile, riferito alla
situazione dei nostri contemporanei che muoiono di fame, non è una
esagerazione ingiusta o aggressiva; queste parole indicano una priorità
e vogliono giungere alle nostre coscienze.
E un'illusione attendersi soluzioni preconfezionate: ci troviamo in
presenza di un fenomeno legato alle scelte economiche dei dirigenti, dei
responsabili, ma anche dei produttori e dei consumatori e che si radica
profondamente nel nostro stile di vita. Tuttavia, questo appello impegna
ciascuno, nella rinnovata speranza di giungere ad un miglioramento
decisivo, tramite rapporti umani vieppiù solidali.
3. Questo documento si rivolge ai cattolici di tutto il mondo, ai
responsabili nazionali ed internazionali con competenza e responsabilità
in questo settore, ma vuole anche giungere a tutte le organizzazioni
umanitarie, come pure a tutti gli uomini di buona volontà. Auspica di
riuscire ad incoraggiare singolarmente le migliaia di persone di
qualsiasi condizione e professione, che s'impegnano quotidianamente
affinché tutti i popoli ottengano « lo stesso diritto ad assidersi alla
mensa del banchetto comune ».11
I
LE REALTÀ DELLA FAME
La sfida della fame
4. Il pianeta è in grado di offrire a ciascuno la relativa razione
alimentare.12
Per raccogliere la sfida della fame, è necessario in primo luogo
considerarne i numerosi aspetti e le effettive cause. Non tutte le
realtà della fame e della denutrizione sono note con precisione, anche
se diverse ne sono le cause importanti che sono state identificate.
Intendiamo delineare in primo luogo i motivi della nostra impostazione
per soffermarci in seguito sulle cause principali di questo flagello.
Uno scandalo durato troppo a lungo: la fame distrugge la vita
5. Non bisogna confondere la fame con la malnutrizione. La fame
minaccia non solo la vita degli individui, ma anche la loro dignità. Una
grave e prolungata carenza di cibo provoca la prostrazione
dell'organismo, l'apatia, la perdita del senso sociale, l'indifferenza e
a volte suscita la crudeltà nei confronti dei più deboli, specie
fanciulli ed anziani. Interi gruppi vengono allora condannati a morire
nel deperimento. Purtroppo, nel corso della storia questa tragedia si
ripete, ma la coscienza moderna avverte più di prima quale scandalo
costituisca la fame.
Fino al XIX secolo, le carestie che decimavano popolazioni intere
erano dovute il più delle volte a cause naturali. Oggigiorno, le
carestie sono più circoscritte e provocate quasi sempre dall'azione
dell'uomo. E sufficiente far riferimento ad alcune regioni o ad alcuni
paesi per convincersene: Etiopia, Cambogia, ex-Jugoslavia, Rwanda,
Haiti. In un'epoca in cui l'uomo, meglio che in passato, ha la
possibilità di far fronte alle carestie, tali situazioni costituiscono
un vero disonore per l'umanità.
La malnutrizione compromette il presente ed il futuro di un
popolo
6. I grandi sforzi dispiegati hanno dato i loro frutti, tuttavia
bisogna ammettere che la malnutrizione è più diffusa della fame ed
assume forme molto diverse. Si può essere malnutriti senza avere fame.
Ciò non toglie che l'organismo perda ugualmente le sue potenzialità
fisiche, intellettuali e sociali.13 La malnutrizione può essere
qualitativa, a seguito di regimi alimentari mal equilibrati (per eccesso
o per difetto). Spesso è contemporaneamente anche quantitativa e si
acuisce in periodi di scarsezza di viveri. Nel qual caso viene indicata
come denutrizione o sotto alimentazione.14 La denutrizione aumenta la
diffusione e le conseguenze di alcune malattie infettive ed endemiche e
accresce il tasso di mortalità, specie nei bambini al di sotto dei
cinque anni.
Le principali vittime: le popolazioni più vulnerabili
7. I poveri sono le prime vittime della malnutrizione e della fame
nel mondo. Essere poveri significa quasi sempre: essere più facilmente
vittime dei tanti pericoli che minacciano la sopravvivenza ed essere più
facilmente soggetti alle malattie fisiche. Dagli anni 80 questo fenomeno
è in crescita e minaccia un numero sempre maggiore di persone nella
stragrande maggioranza dei paesi. Nell'ambito di una popolazione povera,
le prime vittime sono sempre gli individui più fragili: bambini, donne
incinte o che allattano, malati ed anziani. Da segnalare anche altri
gruppi umani ad elevatissimo rischio di deficienza nutrizionale: i
rifugiati o i profughi, le vittime di avvenimenti politici.
Ma l'apice dell'indigenza alimentare lo si riscontra nei quarantadue
paesi meno sviluppati (PMS) di cui ventotto nella sola Africa:15 « Circa
780 milioni di abitanti dei paesi in via di sviluppo — pari al 20% della
loro popolazione — continuano a non avere i mezzi sufficienti per
procurarsi ogni giorno la razione alimentare indispensabile al loro
benessere nutrizionale ».16
La fame genera la fame
8. Non è raro che nei paesi in via di sviluppo le popolazioni che
traggono la loro sussistenza da una agricoltura a bassissimo rendimento,
soffrano la fame nell'intervallo fra due raccolti. Nel caso in cui i
raccolti precedenti siano già stati scarsi, potrà verificarsi una
carestia con conseguente fase acuta di malnutrizione, che indebolirà gli
organismi proprio nel momento in cui sarebbero necessarie tutte le forze
per prepararsi al raccolto successivo. La penuria di viveri compromette
il futuro: ci si nutre delle semenze, si saccheggiano le risorse
naturali accelerando in tal modo l'erosione, il degrado o la
desertificazione dei terreni.
Un terzo genere di situazioni, oltre quello della fame (o carestia),
distinto dalla denutrizione, è dato dall'insicurezza alimentare che
genera di conseguenza fame o malnutrizione. In effetti, ostacola la
pianificazione e la realizzazione di lavori a lungo termine necessari a
promuovere e raggiungere uno sviluppo durevole.17
Cause individuabili
9. I fattori climatici e le calamità di ogni genere, pur se
rilevanti, sono lungi tuttavia dal costituire le uniche cause della fame
e della malnutrizione: per ben inquadrare il problema della fame è
necessario prendere in considerazione l'insieme delle sue cause,
congiunturali o stabili, come pure le loro reciproche implicazioni. Ne
presentiamo le principali, raggruppandole in base alle classiche
categorie economiche, socio-culturali e politiche.
A) CAUSE ECONOMICHE
Le cause profonde
10. La fame deriva in primo luogo dalla povertà. La sicurezza
alimentare degli individui dipende essenzialmente dal loro potere
d'acquisto, e non tanto dalla disponibilità fisica di cibo.18 La fame
esiste in tutti i paesi, è ricomparsa in quelli europei, dell'Ovest come
dell'Est; è molto diffusa nei paesi poco sviluppati o con difficoltà di
sviluppo.19
Eppure, la storia del XX secolo indica che la povertà economica non è
una fatalità. Numerosi paesi sono decollati economicamente e continuano
a farlo sotto i nostri occhi, altri, al contrario affondano, vittime di
politiche nazionali o internazionali basate su ingannevoli premesse.
La fame è la concomitante risultanza di:
a) politiche economiche non ottimali in tutti i paesi: le
cattive politiche dei paesi industrializzati si ripercuotono
indirettamente, ma drasticamente, su tutti i poveri – in tutti i paesi;
b) strutture ed abitudini poco efficaci, se non con effetti
apertamente devastanti sulla ricchezza dei paesi:
– a livello nazionale, in paesi con difficoltà di sviluppo, i grandi
organismi, pubblici o privati, in situazione di monopolio (il che a
volte è inevitabile) si sono tramutati da forza motrice in effetto
frenante dello sviluppo; le ristrutturazioni avviate in numerosi paesi
in questi ultimi dieci anni ne hanno dato dimostrazione;
– a livello nazionale nei paesi industrializzati, le rispettive
deficienze risultano meno evidenti a livello internazionale ma,
direttamente o indirettamente, sono parimenti perniciose per gli
individui svantaggiati di tutto il mondo;
– a livello internazionale, le restrizioni commerciali e le
incentivazioni economiche sono a volte scoordinate;
c) comportamenti moralmente disdicevoli: ricerca del denaro,
potere e immagine pubblica perseguiti come unico fine, indebolimento del
senso di servizio alla comunità ad esclusivo beneficio di individui o di
caste, senza dimenticare la considerevole corruzione sotto le più
diverse forme e di cui nessun paese può fregiarsi di esserne immune.
Tutto ciò evidenzia la contingenza di qualsiasi azione umana. Di
fatto, spesso e nonostante le buone intenzioni, si sono commessi errori
che hanno condotto a situazioni di precarietà. Rilevarle serve ad
avviarsi verso la loro soluzione.
In effetti, lo sviluppo economico va coltivato: le istituzioni, al
pari degli individui, debbono condividerne la responsabilità; il ruolo
più efficace dello Stato è quello che emerge dalla dottrina sociale
della Chiesa e dalle analisi delle sue encicliche sociali.
La causa profonda di uno sviluppo mancato o difficile risiede nel
venir meno della volontà e della capacità di servire gratuitamente
l'uomo, mediante l'uomo e a favore dell'uomo, atteggiamento che è frutto
dell'amore. Tale mancanza impregna di sé questa realtà complessa, a
tutti i livelli: tecnico in senso lato, strutturale, legislativo e
morale; essa si manifesta nella concezione e nella realizzazione di atti
le cui implicanze a livello economico possono essere grandi o piccole.
Le incompetenze, le strutture ormai incapaci di offrire servizi al
miglior costo, le deviazioni morali di ciascuno e la mancanza d'amore
sono le cause della fame. Qualunque mancanza in uno di questi aspetti,
ovunque nel mondo, senza eccezione alcuna, ha come risultato quello di
diminuire ulteriormente la razione appena sufficiente dell'affamato.
Le recenti evoluzioni economiche e finanziarie del mondo bene
illustrano questi fenomeni complessi: l'aspetto tecnico e morale vi
interferiscono in maniera del tutto particolare, condizionando i
risultati delle economie. Si intende qui far riferimento specifico alla
crisi del debito nella maggioranza dei paesi con difficoltà di sviluppo,
come pure alle misure di risanamento che sono state o saranno adottate.
Il debito dei paesi con difficoltà di sviluppo
11. L'impennata unilaterale dei prezzi del greggio nel 1973 e nel
1979 ha colpito profondamente tutti i paesi non produttori, immettendo
sul mercato notevoli liquidità finanziarie che il sistema bancario ha
cercato di riciclare: fenomeno che ha causato un generale rallentamento
dell'economia di cui sono rimasti particolarmente vittime i paesi
poveri. Per svariate ragioni, durante gli anni '70 e '80, la maggioranza
dei paesi ha potuto accendere prestiti consistenti a tasso variabile ed
i paesi dell'America Latina e dell'Africa hanno potuto sviluppare in
modo eccezionale il loro settore pubblico. Questo periodo di denaro
facile è stato motivo di molteplici eccessi: progetti inutili, mal
concepiti o mal realizzati, distruzione brutale delle economie
tradizionali, aumento della corruzione in tutti i paesi. Alcune nazioni
asiatiche hanno evitato questi errori, il che ha consentito loro uno
sviluppo molto rapido.
L'impennata dei tassi di interesse — provocata dal semplice gioco di
mercato non controllato e probabilmente non controllabile — ha spinto la
maggioranza dei paesi dell'America Latina e dell'Africa a dover
sospendere i pagamenti dei debiti, provocando di conseguenza fenomeni di
fuga di valuta che, a brevissimo termine, si sono tramutati in una
minaccia sia per il tessuto sociale locale — pur mediocre e fragile che
fosse — sia per l'esistenza stessa del sistema bancario. E stato allora
possibile quantificare la portata dei danni a tutti i livelli:
economico, strutturale e morale. Come sempre, si sono cercate in prima
istanza soluzioni di natura meramente tecnica ed organizzativa, le
quali, pur se positive quando necessarie, debbono tuttavia accompagnarsi
ad un vero mutamento dei comportamenti di ognuno, e specie di coloro che
— in tutti i paesi ed a tutti i livelli — sfuggono all'enorme fardello
che la povertà fa pesare sulle scelte di vita.
Con l'inizio del periodo di risanamento, i trasferimenti hanno fatto
registrare un andamento negativo: blocco dei prestiti; prezzo del
greggio mantenuto artificialmente ad un livello intollerabile per i
paesi in via di sviluppo; riduzione del prezzo delle materie prime a
seguito del rallentamento economico dovuto al prezzo elevato del
petrolio e contemporaneamente alla crisi del debito; reazione troppo
lenta degli organismi internazionali nel reimmettere liquidità, ad
eccezione del Fondo Monetario Internazionale; etc. Durante questo
periodo, il livello di vita dei paesi sovraindebitati iniziava a
crollare.
Da quanto ricordato, si può ben valutare quanta saggezza, e non solo
conoscenze tecniche ed economiche, la gestione del pubblico denaro
richieda. L'immissione di notevoli mezzi finanziari provoca danni
strutturali e personali considerevoli, invece di essere causa di un
miglioramento effettivo delle condizioni dei più svantaggiati.
Ecco la conclusione che dobbiamo trarne: lo sviluppo degli uomini
passa attraverso la loro capacità di altruismo, ovvero d'amore, il che è
di estrema importanza a livello pratico. Per dirla in breve ed in
termini realistici, l'amore non è un lusso. E una condizione di
sopravvivenza per un gran numero di esseri umani.
I programmi di aggiustamento strutturale
12. La violenza dei fenomeni monetari ha indotto molti paesi ad
adottare necessariamente delle misure molto energiche, nell'intento di
contenere la crisi e ristabilire i grandi equilibri. Queste, per loro
stessa natura, provocano a loro volta forti contrazioni del potere
d'acquisto medio nella nazione.
Le difficoltà e le sofferenze provocate da queste crisi economiche
sono considerevoli, anche se la loro soluzione consente in fin dei conti
di ristabilire un maggiore benessere.
La crisi mette in luce i punti deboli, costitutivi o acquisiti, di un
paese, ivi compresi quelli originati dagli errori commessi nel processo
di sviluppo dai governi che si sono succeduti, dai loro partner o anche
dalla comunità internazionale. Tali fragilità sono molteplici e alcune
di esse, a volte, si evidenziano solo a posteriori, altre risalgono al
processo della politica di indipendenza, in quanto ciò che costituiva la
forza della potenza coloniale si è tramutato in fragilità del paese
divenuto indipendente, senza che per contro potesse esservi spazio per
fenomeni di compensazione. Da notare, in linea di massima, l'onere dei
grandi progetti che coincidono con momenti di verità durante i quali il
bisogno di solidarietà è sentito in maniera particolarmente forte in
tutto il paese. Ma, in verità, il primo effetto di queste politiche di
aggiustamento è quello di ridurre la spesa globale e, conseguentemente,
i redditi. Agli indigenti del paese resta un'unica alternativa: o
confidare nei dirigenti successivi, o tentare di sbarazzarsi di quelli
in carica. Essi stessi sono spesso preda di gruppi ambiziosi in cerca di
potere per ragioni ideologiche o per mera cupidigia, al di fuori di un
qualsiasi processo democratico e, se necessario, appoggiandosi su forze
esterne.
Una riforma economica richiede da parte della classe dirigente una
grande attitudine alla decisione politica. Ecco un criterio che permette
di valutare la qualità del suo intervento: non solo il successo tecnico
del piano di stabilizzazione, ma anche la capacità di mantenere il
consenso della maggioranza della popolazione, compresi i più
svantaggiati. La classe dirigente deve saper convincere le altre fasce
sociali a farsi carico effettivamente di una parte degli oneri. Si
tratta in particolare di quella cerchia ristretta di persone con un
reddito di livello internazionale, ma anche di funzionari ed impiegati
dello Stato che fino a quel momento godevano nel paese di una situazione
alquanto invidiabile e che rischiano di ritrovarsi dall'oggi
all'indomani con mezzi pesantemente decurtati o addirittura totalmente
azzerati. Questo è il momento in cui rientra in gioco la solidarietà
tradizionale, in quanto i poveri sono sempre disposti a sostenere quel
membro della famiglia che ricade nella situazione di precarietà dalla
quale lo si credeva uscito.
Solo progressivamente i responsabili nazionali ed internazionali si
sono preoccupati di proteggere i più poveri nel corso di queste
operazioni di risanamento economico. Ci sono voluti molti anni prima che
il concetto di operazioni concomitanti, indirizzate alle popolazioni più
esposte, acquistasse un certo spessore. D'altronde, in queste
circostanze, come pure in situazioni di emergenza, si rischia sempre di
tirare il freno troppo tardi e troppo bruscamente, con contraccolpi che
possono aumentare considerevolmente le sofferenze di coloro che si
trovano all'ultimo anello della catena.
In Africa e in America Latina20 sono stati avviati dei progetti ad
ampio raggio che prevedevano:
– programmi di aggiustamento strutturale con l'adozione di severe misure
macro-economiche,
– l'apertura di nuove importanti linee di credito,
– una profonda riforma strutturale delle inefficienze locali. Queste
sono in parte conseguenza dei monopoli statali, che consumano una
importante porzione del reddito nazionale senza rendere un servizio di
qualità sufficiente a beneficio di tutti. In molti di questi paesi,
tutti i servizi pubblici ne hanno risentito e, al pari della zizzania
che si mescola spesso al grano, alcuni settori competitivi ne sono
risultati penalizzati.21
Alcuni governi, spesso poco riconosciuti sulla scena internazionale,
sono stati ammirevoli: hanno avuto il coraggio politico di applicare le
misure inevitabili pur tenendo contemporaneamente in debito conto i
pareri e le pressioni esterne; si sono sforzati, offrendone l'esempio,
di far aumentare nei loro paesi il livello di cooperazione e di
solidarietà e di evitarne i contraccolpi. Ciò porta a constatare che
l'influenza dell'esempio del responsabile al vertice include non
soltanto la sua competenza e le sue qualità di comando ma anche la sua
capacità di saper limitare l'ingiustizia sociale, sempre presente in
queste situazioni.
I paesi industrializzati debbono seriamente porsi il seguente
problema: il loro atteggiamento e anche la loro preferenza nei confronti
di paesi con difficoltà di sviluppo si fonda sulle qualità dei
responsabili politici in ambito sociale, tecnico e politico, o il loro
appoggio si basa su altri criteri?
B) LE CAUSE SOCIO-CULTURALI
Le realtà sociali
13. Si è constatato che alcuni fattori socio-culturali accrescono i
rischi di carestia e di malnutrizione cronica. I tabù alimentari, lo
status sociale e familiare della donna, la sua effettiva influenza in
seno alla famiglia, la mancanza di formazione delle madri alle tecniche
dell'alimentazione, l'analfabetismo generalizzato, la precarietà del
posto di lavoro o la disoccupazione, sono altrettanti fattori che
possono sommarsi e portare alla malnutrizione come pure alla miseria.
Ricordiamo che gli stessi paesi industrializzati non sono al riparo da
questo flagello: questi stessi fattori portano alla malnutrizione
occasionale o cronica di numerosi « nuovi poveri » che vivono gomito a
gomito con coloro che nuotano nell'abbondanza e nell'eccessivo
consumismo.
La demografia
14. Diecimila anni or sono, la terra contava probabilmente cinque
milioni di abitanti. Nel XVII secolo, all'alba dei tempi moderni,
cinquecento milioni. In seguito, il ritmo della crescita demografica è
andato aumentando: un miliardo di abitanti all'inizio del XIX secolo,
1,65 all'inizio del XX, 3 miliardi nel 1960, 4 miliardi nel 1975, 5,2
nel 1990, 5,5 nel 1993, 5,6 nel 1994.22 Nel mentre, la situazione
demografica è andata sviluppandosi a ritmi diversi nei paesi « ricchi »
e nei paesi « in via di sviluppo ».23 Tale situazione è in corso di
evoluzione: la proliferazione, va ricordato, è una reazione della natura
— e di conseguenza, dell'uomo — alle minacce contro la sopravvivenza
della specie.
Alcune ricerche evidenziano che, nella misura in cui diventano più
ricche, le popolazioni passano da una situazione di alta natalità ed
alta mortalità a quella opposta: ridotta natalità e ridotta mortalità.24
Il periodo di transizione può risultare critico per quanto attiene alle
risorse alimentari; la mortalità infatti diminuisce prima della
natalità. L'aumento della popolazione deve essere accompagnato da
cambiamenti tecnologici, se non si vuole interrompere il ciclo regolare
della produzione agricola, non fosse altro che per l'impoverimento dei
terreni, la riduzione di quelli a riposo e l'assenza di rotazione
agricola.
Le sue implicazioni
15. La crescita demografica rapida è causa o conseguenza del
sottosviluppo? Eccezion fatta per alcuni casi estremi, la densità
demografica non spiega la fame. In merito si osserva che, da una parte,
è proprio nei delta dei fiumi e nelle vallate sovrappopolate dell'Asia
che sono state realizzate le innovazioni agricole della « rivoluzione
verde »; dall'altra, paesi poco popolati, quali lo Zaire o la Zambia,
pur se in grado di nutrire una popolazione venti volte più numerosa
senza dover ricorrere a massicci lavori di irrigazione, restano in
realtà con difficoltà alimentari: il motivo è da ricercarsi negli
squilibri imposti dagli Stati, dalla politica e dalla gestione economica
e non in cause oggettive o nella povertà economica. Si sostiene
attualmente che esistono maggiori possibilità di contenere un'eccessiva
crescita demografica intervenendo per diminuire la povertà di massa,
piuttosto che vincere la povertà limitandosi a ridurre il tasso di
crescita della popolazione.25
Fin tanto che nei paesi in via di sviluppo le famiglie continueranno
a ritenere che la loro produzione e la loro sicurezza, possano essere
assicurate solo da una prole numerosa, la situazione demografica
evolverà solo lentamente. E necessario ribadire che più generalmente
sono le trasformazioni economiche e sociali26 che consentono ai genitori
di accogliere il dono di un figlio. In questo ambito, l'evoluzione
dipende in gran parte dal livello socio-culturale dei genitori. E
necessario dunque prevedere per le coppie un'educazione alla paternità
ed alla maternità responsabili, nel completo rispetto dei principi etici
e morali; conviene facilitare loro l'accesso a metodi naturali di
pianificazione familiare che risultino in armonia con la vera natura
dell'uomo.27
C) LE CAUSE POLITICHE
L'influenza della politica
16. Il blocco dell'afflusso di derrate alimentari è stata utilizzato
nel corso della storia, ieri come oggi, quale arma politica o militare.
Può trattarsi di veri e propri crimini contro l'umanità.
Il XX secolo ha conosciuto numerosi casi del genere, quali, ad
esempio:
a) Il blocco sistematico della fornitura di cibo ai contadini
ucraini da parte di Stalin, attorno al 1930, con un bilancio di circa
otto milioni di morti. Questo crimine, a lungo passato sotto silenzio o
quasi, è stato confermato recentemente in occasione dell'apertura degli
archivi del Cremlino.
b) I recenti assedi in Bosnia, specie quello di Sarajevo,
quando il meccanismo stesso degli aiuti umanitari è stato preso in
ostaggio.
c) Gli spostamenti forzati della popolazione in Etiopia, per
il raggiungimento del controllo politico da parte del partito unico al
governo; il bilancio è stato di centinaia di migliaia di morti a seguito
della carestia provocata dalle migrazioni forzate e dall'abbandono delle
culture.
d) Il blocco delle forniture alimentari in Biafra, durante gli
anni '70; lo si utilizzò quale arma contro la secessione politica.
Il crollo dell'Unione Sovietica da un lato ha eliminato le cause
delle guerre civili, provocate dal suo intervento diretto o dalle
reazioni ad esso: rivoluzioni senza sbocco, spostamento forzato di
popolazioni, disorganizzazione dell'agricoltura, lotte tribali,
genocidi. Tuttavia sussistono o sono riapparse numerose situazioni in
grado di generare gli stessi fenomeni. Anche se non dello stesso ordine
di grandezza, esse costituiscono nondimeno un pericolo per le
popolazioni: si tratta segnatamente del risorgere dei nazionalismi,
favoriti da qualche Stato a regime ideologico ma anche dalle
ripercussioni a livello locale delle lotte di influenza tra paesi
industrializzati o ancora, in alcuni paesi, e specie in Africa, dalla
lotta per il potere.
Da menzionare altresì le situazioni di embargo per ragioni politiche,
quali quelli nei confronti di Cuba o dell'Iraq, i cui regimi vengono
considerati una minaccia per la sicurezza internazionale e che prendono
in ostaggio, per così dire, le loro popolazioni. Di fatto, sono le
popolazioni stesse — oggetto di questo tipo di atti di forza — ad
esserne le prime vittime. E per questo che i costi in termini umanitari
di tali decisioni debbono essere presi in debita considerazione. D'altro
canto, alcuni responsabili politici fanno leva sulle miserie del loro
popolo, provocate dalle loro stesse macchinazioni, per costringere la
comunità internazionale a ristabilire l'afflusso di rifornimenti. Si
tratta ogni volta di una situazione specifica, da affrontare caso per
caso, nello spirito della Dichiarazione Mondiale sulla Nutrizione,
che afferma: « L'aiuto alimentare non può essere rifiutato per
ragioni di obbedienza politica, di situazione geografica, di sesso, di
età o di appartenenza ad un gruppo etnico, tribale o religioso ».28
Esistono ulteriori ripercussioni dell'azione politica sulla fame. A
più riprese si è assistito all'esportazione gratuita delle eccedenze
agricole (per esempio di grano) da parte dei paesi industrializzati
produttori, verso alcuni paesi con difficoltà di sviluppo e nei quali
l'alimentazione di base è costituita dal riso. Il vero obiettivo era
quello di sostenere i propri prezzi interni. Queste esportazioni
gratuite hanno prodotto risultati molto negativi: la popolazione è stata
portata a modificare le sue abitudini alimentari, scoraggiando in tal
modo i produttori locali i quali, viceversa, hanno bisogno di essere
fortemente sostenuti.
La concentrazione dei mezzi
17. Le differenze di condizioni economiche all'interno dei paesi con
difficoltà di sviluppo, sono più vistose di quelle esistenti nei paesi
industrializzati o fra i paesi stessi. La ricchezza ed il potere sono
molto concentrati nell'ambito di uno strato ristretto ma complesso della
popolazione, che è a contatto con gli ambienti internazionali e in
possesso del controllo dell'apparato dello Stato, esso stesso fortemente
deficitario. Qualsiasi tendenza al miglioramento vi è del tutto assente
mentre, a volte, si registrano nette tendenze alla regressione economica
e sociale. Il divario fra il tenore di vita, non solo ingenera
situazioni conflittuali, che possono condurre a violenze a catena, ma
favorisce inoltre il clientelismo quale unica possibilità di
realizzazione personale. Il risultato è quello di paralizzare le
iniziative possibili sul piano meramente economico e, d'altro canto,
quello di impoverire profondamente le motivazioni altruiste che esistono
in tutte le società tradizionali. In un tale contesto, lo Stato svolge
spesso un ruolo preponderante, che gli consente di favorire i settori di
esportazione della produzione — il che di per sé è un bene — lasciando
tuttavia uno scarso margine di profitto all'insieme delle popolazioni
locali.
In altri casi, per debolezza o per ambizione politica, le autorità
fissano i prezzi dei prodotti agricoli a livelli talmente bassi che i
contadini finiscono per sovvenzionare gli abitanti delle città,
situazione che favorisce l'esodo rurale. I mezzi di comunicazione di
massa, l'elettronica e la pubblicità, contribuiscono anch'essi a questo
spopolamento delle campagne. L'aiuto allo sviluppo a beneficio di questi
paesi funge allora da incoraggiamento più o meno indiretto a quei
governi che perseguono tali pericolose strategie e vengono in tal modo a
beneficiare di questo sostegno finanziario del tutto illegittimo, in
quanto le loro politiche sono nettamente contrarie al vero interesse dei
loro popoli. I paesi industrializzati debbono interrogarsi se in tal
senso non abbiano malauguratamente lanciato segnali negativi per tanti
anni.
Le destrutturazioni economiche e sociali
18. Le destrutturazioni economiche e sociali sono la contemporanea
risultanza di cattive politiche economiche e delle pressioni politiche
nazionali ed internazionali (cf. nn. 11-13 e 17). Qui di seguito sono
menzionate alcune delle più frequenti e delle più perniciose:
a) Le politiche nazionali che, dietro pressione delle
popolazioni svantaggiate delle città, considerate come una potenziale
minaccia alla stabilità politica del paese, abbassano artificialmente i
prezzi agricoli, a detrimento dei produttori locali di prodotti
alimentari. Tale situazione si è generalizzata in Africa nel corso del
decennio 1975-85, provocando una netta diminuzione delle produzioni
locali. Numerosi paesi che disponevano di un ampio potenziale agricolo,
quali lo Zaire e lo Zambia, per la prima volta sono risultati
importatori netti.
b) La politica della maggior parte dei paesi industrializzati,
i quali proteggono ampiamente la loro agricoltura, favorendo la
produzione di eccedenze, che poi esportano a prezzi inferiori a quelli
del mercato interno. Diversamente i prezzi mondiali sarebbero più
elevati, beneficiando così gli altri paesi esportatori. Dopo vari anni
di stimolo all'incremento della produzione, che hanno portato a forti
destrutturazioni nello stesso sistema agricolo, i beneficiari di un tal
genere di protezione si trovano oggi, in Europa, in situazioni non
giustificabili. Questa politica, sostenuta dall'opinione pubblica
locale, può risultare totalmente contraria all'interesse dei consumatori
di tutto il mondo, tanto dei paesi privilegiati quanto di quelli più
poveri. Nei paesi protetti, infatti, sono i consumarori interni a fare
le spese di tale protezione trovando sul mercato prezzi alti; mentre,
nei paesi non protetti, gli agricoltori locali, che pur sono elementi
essenziali per il benessere del proprio paese, vengono penalizzati da
importazioni a prezzi tagliati che gravano notevolmente sui prezzi
interni, accelerando la loro rovina e le migrazioni verso le città.
c) Le culture tradizionali di produzione alimentare sono
spesso minacciate da uno sviluppo economico aberrante, come nel caso, ad
esempio, della sostituzione delle produzioni tradizionali con una
agricoltura industriale mirata sia all'esportazione (grandi derrate
agricole destinate all'esportazione e tributarie dei mercati agricoli
internazionali), sia alla produzione di surrogati locali (per esempio,
in Brasile, produzione di canna da zucchero per l'alcool ad uso
automobilistico, allo scopo di ridurre le importazioni di petrolio, con
conseguente sradicamento dei contadini dalle loro terre e migrazioni in
massa).
D) LA TERRA PUÒ NUTRIRE I SUOI ABITANTI
I notevoli progressi dell'umanità
19. A fronte delle macroscopiche incoerenze alle quali abbiamo
accennato, fanno tuttavia riscontro progressi non meno spettacolari che
hanno consentito alla popolazione mondiale di passare in trent'anni
(1960-1990)29 da 3 a 5,3 miliardi. Nei paesi in via di sviluppo « la
speranza di vita alla nascita è passata dai quarantasei anni nel 1960 ai
sessantadue anni nel 1987. Il tasso di mortalità dei bambini al di sotto
dei cinque anni si è ridotto della metà, e due terzi dei lattanti al di
sotto dell'anno di età sono vaccinati contro le principali malattie
dell'infanzia. Il consumo di calorie per abitante è aumentato del 20%
circa fra il 1965 ed il 1985 ».30
Dal 1950 al 1980, la produzione compessiva delle derrate alimentari
nel mondo è raddoppiata e « nel mondo esiste complessivamente
sufficiente cibo per tutti »31. Il fatto che la fame continui nonostante
ciò ad esistere, evidenzia la natura strutturale del problema: « il
problema principale è costituito dalle condizioni di accesso a questo
cibo che non sono eque ».32 E un errore quello di misurare il consumo
alimentare effettivo delle famiglie utilizzando il solo parametro
statistico della disponibilità di cereali per abitante. La fame non è un
problema di disponibilità, ma di solvibilità della domanda; è un
problema di miseria.
D'altro canto, è da notare che la sopravvivenza di una moltitudine di
individui è assicurata tramite una economia informale che, essendo per
sua stessa natura non dichiarata, è precaria e difficilmente
quantificabile.
I mercati agro-alimentari
20. Sui mercati agro-alimentari mondiali vengono scambiati vari
prodotti che non sempre sono quelli consumati nella maggior parte dei
paesi con difficoltà di sviluppo.33 Le eccessive fluttuazioni dei
prezzi, contrarie agli interessi sia dei produttori che dei consumatori,
sono la risultanza di meccanismi spontanei di aggiustamenti e risultano
amplificate dalle particolari caratteristiche di questi mercati. I
tentativi di stabilizzazione sono risultati tutti poco soddisfacenti, se
non addirittura controproducenti per gli stessi produttori. D'altro
canto, un rialzo dei prezzi è reso impossibile dallo stesso
funzionamento dei mercati. Il limitato numero di operatori commerciali a
livello internazionale, non consente manovre sui prezzi e costituisce un
ostacolo all'inserimento di nuovi soggetti, il che è sempre negativo. Lo
sviluppo delle capacità di produzione dipende in maniera massiccia dalla
diffusa applicazione dei progressi tecnici nella produzione (progressi
nel settore della genetica e delle varie applicazioni). Da notare che la
produzione media di riso in Indonesia è passata, in una sola
generazione, da 4 a 15 tonnellate per ettaro, con un aumento di gran
lunga superiore a quello record della popolazione. Nella maggior parte
dei paesi nei quali l'agricoltura progredisce, il rendimento agricolo
migliora in tale misura da consentire un aumento, anche netto, della
produzione, nonostante la notevole contrazione nel numero degli addetti
all'agricoltura.
L'agricoltura moderna
21. L'accusa sempre più frequentemente rivolta alle culture intensive
è quella di avere un impatto negativo sull'ambiente e di mettere in
pericolo le risorse naturali quali l'acqua ed i terreni, specie per
l'uso sconsiderato di concimi e di prodotti fitosanitari. In primo
luogo, per agricoltura intensiva si intende un rapporto più elevato fra
consumi intermedi — essenzialmente di tipo industriale — e superficie
agricola utilizzata. Ci troviamo in presenza di un affrancamento delle
tecnologie agricole dalla terra, loro supporto naturale. Il legame di
reciprocità che le univa, cede il posto ad un dualismo più temerario fra
tecnologia agricola ed ambiente economico. L'agricoltura intensiva
necessita generalmente di un cospicuo apporto di capitali finanziari.
Ma, nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, si pratica ancora
una cultura di sussistenza, basata essenzialmente sul « capitale »
umano, con mezzi tecnici limitati oltre che in condizioni di difficoltà
di approvvigionamento idrico. Anche se la « rivoluzione verde » ha
ottenuto un discreto successo, in svariati paesi in via di sviluppo non
è stata in grado di risolvere i problemi di produzione alimentare.
Indubbiamente la tecnica delle culture intensive potrà essere
migliorata ulteriormente ed i danni all'ambiente potranno risultare più
limitati. Tuttavia — e ciò vale anche per i paesi industrializzati — è
il caso di far ricorso ad altri sistemi di produzione, in grado di
garantire meglio sia la tutela delle risorse naturali che la
conservazione di un'ampia distribuzione della proprietà produttiva. In
tal senso, è necessario incoraggiare le associazioni agro-zootecniche,
la gestione patrimoniale dell'acqua, come pure la formazione
all'organizzazione cooperativistica.
II
SFIDE DI NATURA ETICA
DA AFFRONTARE INSIEME
La dimensione etica del fenomeno
22. Per progredire verso una soluzione del problema della fame e
della malnutrizione nel mondo, è indispensabile coglierne la natura
etica.
Se la causa della fame è un male morale, al di sopra ed al di là di
tutte le cause fisiche, strutturali e culturali, le sfide sono della
stessa natura morale. Ciò può motivare l'uomo di buona volontà che crede
nei valori universali, dentro la varietà delle culture, ed in particolar
modo il cristiano che vive l'esperienza del rapporto preferenziale che
il Signore onnipotente vuole stabilire con ogni uomo, chiunque egli sia.
Questa sfida richiede una migliore comprensione dei fenomeni, la
capacità degli uomini di rendersi reciproco servizio — il che è
realizzabile con il semplice intervento delle forze economiche ben
concepite — ed anche lo sradicamento di ogni genere di corruzione. Ma,
ben oltre, la sfida si colloca principalmente sul piano della libertà di
ogni uomo di cooperare, nella sua azione di ogni giorno, alla promozione
di ogni uomo e di tutti gli uomini, ovvero di collaborare allo sviluppo
del bene comune.34 Tale sviluppo implica la giustizia sociale e la
destinazione universale dei beni della terra, la pratica della
solidarietà e della sussidiarietà, la pace ed il rispetto dell'ambiente
naturale. Questa è la direzione da prendere per ridare la speranza e per
costruire un mondo più accogliente per le prossime generazioni.
Affinché sia possibile progredire in tal senso, dovrà essere
favorita, promossa ed eventualmente nuovamente incoraggiata la ricerca
organica del bene comune, quale necessaria componente delle motivazioni
di base di tutti gli attori politici ed economici, nella loro
riflessione e nel loro agire, a tutti i livelli ed in tutti i paesi.
Le motivazioni personali ed istituzionali delle persone sono
necessarie al buon funzionamento della società, ivi comprese le
famiglie. Ma gli uomini, ognuno per conto suo e tutti congiuntamente,
debbono far propria questa conversione che consiste nel non sacrificare
la ricerca del bene comune al proprio interesse strettamente personale,
a quello dei loro congiunti, dei loro datori di lavoro, dei loro clan,
dei loro paesi, anche se legittimi.
I principi elaborati a poco a poco dalla dottrina sociale della
Chiesa costituiscono una guida preziosa per l'impegno dell'umanità
contro la fame. Il perseguimento del bene comune è l'area di incontro
ove convergono:
– la ricerca della massima efficacia nella gestione dei beni terreni;
– un maggior rispetto della giustizia sociale attuata mediante la
destinazione universale dei beni;
– l'esercizio della solidarietà, che impedisce l'appropriazione dei
mezzi finanziari da parte dei benestanti, e che consentirà ad ogni uomo
di non venire escluso dal corpo sociale ed economico, nè di essere
privato della sua dignità fondamentale.
– una pratica competente e permanente della sussidiarietà — che
garantisce i responsabili dall'appropriarsi del potere, che, di fatto, è
il potere di servire;
E dunque l'insieme dell'insegnamento sociale della Chiesa che deve
impregnare più o meno coscientemente la filosofia dell'azione dei
responsabili.
Tale affermazione rischia di essere accolta con scetticismo o
addirittura con cinismo. L'attività di molti responsabili si svolge in
un ambiente duro, a volte crudele, generatore di angosce e di una
orgogliosa ricerca del potere, per mantenerlo. Costoro possono essere
inclini a ritenere che le considerazioni etiche costituiscano
altrettanti ostacoli. Tuttavia, la frequente esperienza quotidiana nei
luoghi più diversi, dimostra che le cose stanno altrimenti: in effetti,
solo uno sviluppo equilibrato e che mira al bene comune si rivelerà
autentico e contribuirà — anche se a lungo termine — alla stabilità
sociale. Ad ogni livello, ed in tutti i paesi, molti sono coloro che
normalmente operano in maniera discreta, tenendo conto degli interessi
legittimi dei loro simili.
Compito immenso dei cristiani è, ovunque, la promozione di
comportamenti di tal genere: al pari di un pizzico di lievito in una
pasta molto dura, vi sono chiamati dalla loro stretta adesione all'amore
che il Signore ha per tutti gli uomini e che essi sperimentano nel
profondo del loro essere.
Questo compito esaltante si traduce nell'offrirne l'esempio in ogni
ambito, tecnico, organizzativo, morale e spirituale, aiutandosi
reciprocamente a tutti i livelli di responsabilità, coinvolgendo tutti
coloro che non ne sono « esclusi » dalle loro condizioni sociali.
L'amore del prossimo per raggiungere lo sviluppo
23. Questa ricerca del bene comune si può fondare esclusivamente
sull'attenzione e sull'amore per gli uomini. Nelle situazioni più
diverse, essi si trovano ogni giorno di fronte all'alternativa:
autodistruzione personale e collettiva o amore per il prossimo. La
seconda opzione manifesta la consapevolezza di una responsabilità che,
per amore degli uomini, non indietreggia di fronte ai propri limiti, né
di fronte all'ampiezza dei compiti da realizzare. « Come giudicherà la
storia una generazione che ha tutti i mezzi per nutrire la popolazione
del pianeta e che si rifiuterebbe di farlo per un accecamento
fratricida? Che deserto sarebbe un mondo in cui la miseria non
incontrasse l'amore che fa vivere? ».35
L'amore va oltre il semplice dono. Lo sviluppo si coltiva mediante
l'azione dei più coraggiosi, dei più competenti e dei più onesti:
costoro si sentono allo stesso tempo solidali con tutti gli uomini che
sono condizionati in misura maggiore o minore da ciò che essi fanno o
dovrebbero fare. Tale responsabilità universale e concreta è una
manifestazione essenziale dell'altruismo.
La solidarietà è chiaramente un'esigenza per tutti. Fortunatamente,
non è necessario attendere che la maggioranza degli uomini si converta
all'amore per il prossimo, per raccogliere i frutti dell'azione di
coloro che agiscono nel proprio contesto senza attendere. Vanno accolti
come fondato motivo di speranza i risultati dell'azione di coloro i
quali, a tutti i livelli, nella loro attività quotidiana, si comportano
quali servitori di tutto l'uomo e di tutti gli uomini.
La giustizia sociale e la destinazione universale dei beni
24. Al centro della giustizia sociale si colloca il principio della
destinazione universale e comune dei beni della terra. Il Papa Giovanni
Paolo II così lo ha espresso: « Dio ha dato la terra a tutto il genere
umano perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere nè
privilegiare nessuno ».36 Questa affermazione, costante nella tradizione
cristiana, non è sufficientemente ribadita, anche se essa si rivolge
chiaramente all'umanità intera, a prescindere dall'appartenenza
confessionale. Tale assioma costituisce di per sè un fondamento
necessario per l'edificazione di una società di giustizia, di pace e di
solidarietà. Infatti, generazione dopo generazione, dobbiamo
considerarci come coloro che amministrano temporaneamente le risorse
della terra e il sistema di produzione. A fronte delle finalità della
creazione, il diritto di proprietà non è un assoluto, tanto è vero che è
esercitato e riconosciuto in maniera diversa dalle diverse culture; è
una delle espressioni della dignità di ciascuno, ma è giusto solo in
quanto indirizzato al bene comune e se concorre alla promozione di
tutti.
Le costose deviazioni dal bene comune: le « strutture di
peccato »
25. Ignorare il bene comune si accompagna ad una ricerca esclusiva e
a volte esasperata di beni particolari quali il denaro, il potere, la
reputazione, perseguiti per se stessi come un assoluto: essi si
convertono così in idoli. E in tal modo che nascono le « strutture di
peccato »,37 coacervo di luoghi e di circostanze, ove le abitudini sono
perverse e tali da obbligare a dar prova di eroismo qualsiasi nuovo
venuto che si rifiuti di adottarle.
Le « strutture di peccato » sono molteplici: alcune sono diffuse a
livello mondiale — come per esempio i meccanismi ed i comportamenti che
generano la fame — altre sono su scala molto più ridotta, ma provocano
dissimmetrie tali da rendere molto più difficile la pratica del bene.
Queste « strutture » determinano sempre costi elevati in termini umani:
sono luoghi di distruzione del bene comune.
E meno frequente constatare quanto esse siano degradanti e costose a
livello economico. Se ne possono offrire esempi sconvolgenti.38 Lo
sviluppo è frenato non soltanto dall'ignoranza e dall'incompetenza, ma
anche, e su vasta scala, dalle molteplici « strutture di peccato » che
agiscono quale contagiosa deviazione della destinazione universale dei
beni della terra verso scopi particolari e sterili.
E evidente, in effetti, che l'uomo non può sottomettere la terra e
dominarla in maniera efficaceadorando nel contempo falsi idoli quali il
denaro, il potere e la reputazione, considerati beni a sé stanti e non
strumenti per servire ogni uomo e tutti gli uomini. Cupidigia, orgoglio
e vanità accecano colui che vi soccombe e che finisce per non
comprendere più neppure quanto le sue percezioni siano limitate e le sue
azioni autodistruttive.
La destinazione universale dei beni presuppone che denaro, potere e
reputazione siano ricercati quali strumenti per:
a) costituire mezzi di produzione di beni e servizi di
effettiva utilità sociale ed in grado di promuovere il bene comune;
b) condividere con i più svantaggiati che incarnano, agli
occhi di tutti gli uomini di buona volontà, il bisogno di bene comune:
in effetti, essi sono testimonianza vivente della carenza di tale bene.
Più ancora, per i cristiani, essi sono figli amati da Dio che, tramite
loro ed in loro, viene a visitarci.
L'« assolutizzazione » di queste ricchezze le spoglia, in tutto o in
parte, della loro utilità per il bene comune. Il funzionamento
dell'economia mondiale appare globalmente mediocre — specie in rapporto
ai risultati di punta che ottengono alcuni paesi su periodi alquanto
lunghi — ed estremamente costoso in termini umani (laddove funziona e
laddove non funziona), in quanto è profondamente minato dal costo delle
cattive abitudini, vera costrizione morale che grava sugli individui.
Invece, non appena dei gruppi di persone riescono a lavorare di
comune accordo facendosi carico della collettività intera e di ogni
singola persona, si registrano progressi notevoli: persone fino a quel
momento poco utili, eccellono per la qualità dei loro servizi e gli
esiti positivi modificano progressivamente le condizioni materiali,
psicologiche e morali della vita. Si tratta in realtà degli « opposti »
delle « strutture di peccato »; le si potrebbero definire « strutture
del bene comune », che preparano la « civiltà dell'amore ».39
L'esperienza vissuta in queste situazioni offre una pallida idea di
quello che potrebbe essere un mondo in cui gli uomini avessero più
frequentemente a cuore, in tutte le loro attività e nell'esercizio di
tutte le loro responsabilità, i loro interessi comuni e la sorte di
ciascuno.
All'ascolto preferenziale dei poveri ed al loro servizio: la
condivisione
26. Se chi è economicamente povero è testimonianza della scarsa
attenzione per il bene comune, egli ha anche un messaggio particolare da
darci. Sulla realtà della vita pratica ha pareri ed esperienze a lui
propri, che i più fortunati non conoscono. Come afferma Papa Giovanni
Paolo II nella Lettera Enciclica Centesimus annus: « ma
soprattutto sarà necessario abbandonare la mentalità che considera i
poveri — persone e popoli — come un fardello e come fastidiosi
importuni, che pretendono di consumare quanto altri hanno prodotto...
l'elevazione dei poveri è una grande occasione per la crescita morale,
culturale ed anche economica dell'intera umanità ».40
I pareri degli indigenti — che non sono nè più nè meno esatti e
completi dei pareri dei responsabili — sono tuttavia essenziali a questi
ultimi, se desiderano che la loro azione a lungo termine non conduca
all'autodistruzione. Avviare politiche economiche e sociali difficili e
costose, senza tener conto della percezione della realtà che ha il più
piccolo, rischia di portare entro un certo lasso di tempo a vicoli
ciechi, che sono assai onerosi per la terra intera. E quanto è avvenuto
con il debito del Terzo Mondo. Se i creditori ed i debitori avessero
considerato il punto di vista dei più poveri quale uno degli elementi
essenziali della realtà — dando così prova di maggiore saggezza —
sarebbero stati indotti ad una maggiore prudenza, e in molti paesi,
l'avventura non si sarebbe risolta così male o addirittura avrebbe volto
al meglio.
Nella complessità dei problemi da risolvere, o piuttosto, nella
complessità delle condizioni di vita da migliorare, questo ascolto
preferenziale dei poveri consente di non cadere nella schiavitù del
breve termine, nella tecnocrazia, nella burocrazia, nell'ideologia,
nell'idolatria del ruolo dello Stato o del ruolo del mercato; gli uni e
gli altri hanno la loro utilità essenziale, ma in quanto strumenti da
non assolutizzare.
Gli organismi intermedi hanno specificamente la funzione di far
intendere la voce dei poveri e di cogliere le loro percezioni, al pari
delle loro necessità e dei loro desideri. Ma spesso, questi organismi
sono particolarmente disarmati di fronte al loro compito. Risentono a
volte della loro posizione di monopolio, che li porta a coltivare il
proprio potere; altre volte di posizioni concorrenziali, dove altri
cercano di utilizzare il povero come mezzo per accedere al potere.
L'azione dei sindacati è dunque particolarmente necessaria e sfiora
l'eroismo quando questi vogliono svolgere una funzione così essenziale,
senza farsi distruggere o fagocitare.41
In tali condizioni, la condivisione diventa un'autentica
collaborazione alla quale ciascuno contribuisce, offrendo a tutti ciò di
cui necessita la comunità degli uomini. Il più svantaggiato svolge il
suo specifico ruolo, tanto più essenziale essendo egli realmente un
escluso.42 Questo paradosso non deve meravigliare il cristiano.
Il dovere di garantire a ciascuno lo stesso diritto di accesso al
minimo indispensabile per vivere non è più unicamente obbligo morale di
condivisione con l'indigente — cosa già notevole — ma reintegrazione
nella stessa comunità che, senza di lui, tende ad inaridirsi e finanche
a distruggersi. Il posto del povero non è alla periferia, in una
emarginazione dalla quale si potrebbe tentare bene o male di farlo
uscire. Egli deve essere posto al centro delle nostre preoccupazioni ed
al centro della famiglia umana. E là che potrà svolgere l'unico ruolo
unico che gli compete nella comunità.
In questa prospettiva, la giustizia sociale, che è anche giustizia
commutativa, acquista pieno significato. Fondamento di tutte le azioni
per la difesa dei diritti, assicura la coesione sociale, la coesistenza
pacifica delle nazioni, ma anche il loro comune sviluppo.
Una società integrata
27. La concezione di una giustizia radicata nella solidarietà umana,
e che a questo titolo comanda ai più forti di aiutare i più deboli, deve
condurre i nostri passi ovunque la voce del povero si faccia sentire,
per aprire un solo cantiere ove giustizia, pace e carità congiungano i
loro sforzi.
Le società non possono validamente costituirsi sull'esclusione di
alcuni dei loro membri. Ne consegue, per coerenza, ed è quindi
implicito, il diritto che anche i poveri hanno di organizzarsi per
meglio ottenere l'aiuto di tutti nella lotta di liberazione dalla loro
miseria.
La pace, un equilibrio di diritti
28. Una pace duratura non è frutto di un equilibrio di forze ma di un
equilibrio di diritti. La pace non è neppure frutto della vittoria del
forte sul debole, ma, all'interno di ogni popolo e fra i popoli, frutto
della vittoria della giustizia sui privilegi iniqui, della libertà sulla
tirannia, della verità sulla menzogna,43 dello sviluppo sulla fame, la
miseria o l'umiliazione. Per giungere ad una vera ed autentica pace, ad
un'effettiva sicurezza internazionale, non è sufficiente impedire le
guerre ed i conflitti; è necessario anche favorire lo sviluppo, creare
condizioni in grado di garantire il pieno godimento dei diritti
fondamentali dell'uomo.44 In tale contesto, democrazia e disarmo
diventano due esigenze della pace, indispensabile per uno sviluppo
autentico.
Il disarmo, un'urgenza da cogliere
29. I conflitti regionali sono costati circa diciassette milioni di
morti in meno di mezzo secolo. « Negli anni '80, il totale mondiale
delle spese militari ha raggiunto un livello senza precedenti in tempi
di pace; valutate a un bilione (mille miliardi) di dollari l'anno,
rappresentano all'incirca il cinque per cento del totale del reddito
mondiale ».45 Di qui l'importanza e l'urgenza, per tutti i responsabili
politici ed economici, di far sì che tali enormi somme stanziate per la
morte, nell'emisfero settentrionale come in quello meridionale, lo
siano, d'ora in poi, per la vita. Un tale atteggiamento costituirebbe il
riscontro fattuale delle ragioni morali che sostengono il disarmo
progressivo; in tal modo si potrebbero rendere disponibili importanti
risorse finanziarie a vantaggio dei paesi in via di sviluppo, somme
indispensabili al loro autentico progresso.46
Una « struttura di peccato » particolarmente radicata è costituita
dall'esportazione di armi in misura superiore alle necessità legittime
di autodifesa dei paesi acquirenti, oppure destinate a trafficanti
internazionali, che oggi propongono su catalogo le armi più sofisticate
a coloro che hanno i mezzi per acquistarle. Su questo terreno fiorisce
la corruzione, ma il male è ancor più profondo. Si devono lodare quei
governi che, subentrati a regimi che avevano impegnato i loro paesi
nell'acquisto di armi in quantità di gran lunga superiore ai loro
bisogni, hanno avuto il coraggio di denunciare questi contratti,
rischiando in tal modo di alienarsi la benevolenza dei paesi
esportatori.
Rispetto dell'ambiente
30. La natura ci sta dando una lezione di solidarietà che rischiamo
di dimenticare. Nella catena stessa della produzione alimentare, tutti
gli uomini si scoprono elementi attivi o passivi di un ecosistema. Un
nuovo campo di responsabilità si apre alle coscienze.
Non si può voler contemporaneamente nutrire un maggior numero di
persone ed indebolire l'agricoltura. Tuttavia, l'agricoltura risulta
tanto più inquinante (ricorso massiccio a concimi, pesticidi e
macchinari) quanto più diffusa diventa l'industrializzazione, senza che
purtroppo a ciò faccia riscontro una corretta lavorazione. Assieme ad
altri elementi necessari alla vita, aria e acqua, terreni e foreste sono
minacciati dall'inquinamento, dal consumo eccessivo, dalla
desertificazione provocata dall'uomo e dal disboscamento. In
cinquant'anni, metà delle foreste tropicali sono state rase al suolo, il
più delle volte per ricavarne terreni, o per politiche cieche di
sfruttamento accelerato, volto a riequilibrare l'onere del debito. Nelle
regioni più povere, la desertificazione è provocata da pratiche di
sopravvivenza che aumentano la povertà: pastorizia eccessiva, taglio di
alberi ed arbusti per la cottura degli alimenti e per il
riscaldamento.47
Ecologia e sviluppo equo
31. Una gestione ecologicamente sana del pianeta è urgente.
Limitandosi al solo aspetto della produzione agroalimentare — già
notevole — si evidenziano due elementi. In primo luogo, il suo costo
andrà integrato nell'attività economica:48 qui bisogna domandarsi se
sono sempre i poveri a doverne sopportare l'onere a scapito della loro
alimentazione. In secondo luogo, la preoccupazione di comprendere meglio
l'equilibrio fra ecologia ed economia fa maturare l'idea attuale di
sviluppo duraturo. Ma questo obiettivo non deve offuscare la necessità
di promuovere, con ancor maggior vigore, uno sviluppo equo. In ultima
analisi, lo sviluppo non può essere duraturo se non nella misura in cui
è equo. Altrimenti, è probabile che alle distorsioni attuali se ne
aggiungano di nuove.
Cogliere insieme la sfida
32. Fame e malnutrizione richiedono azioni specifiche che non possono
essere dissociate da un impegno rinnovato per lo sviluppo integrale
della persona e dei popoli. Di fronte all'ampiezza di questo fenomeno,
la Chiesa Cattolica deve sempre più contribuire a migliorare tale
situazione. Fa dunque appello alla partecipazione di tutti, alla
concertazione ed alla perseveranza.
Molti, fortunatamente, sono gli sforzi già messi in atto per vincere
la fame da parte di singole persone, delle Organizzazioni non
governative, dei poteri pubblici e delle Organizzazioni internazionali.
Basti ricordare soltanto la Campagna mondiale contro la fame ed altre
iniziative, alle quali i cristiani partecipano volentieri.
Riconoscere il contributo dei poveri alla democrazia
33. Il dinamismo dei poveri è poco conosciuto. Per invertire questa
tendenza è necessario modificare vari atteggiamenti e prassi,
economiche, sociali, culturali e politiche. Quando i poveri sono tenuti
in disparte dall'elaborazione di quei progetti che li riguardano, la
storia dimostra che, in linea di principio, non ne traggono beneficio.
La solidarietà della comunità umana è tutta da costruire. Non si
imparerà a condividere il pane quotidiano, se non favorendo un
riorientamento delle coscienze e delle azioni dell'intera società.49
Sono questi gli atteggiamenti che conducono ad una vera democrazia.
La democrazia è generalmente considerata elemento essenziale per lo
sviluppo umano, in quanto consente una partecipazione responsabile alla
gestione della società; d'altra parte, i due elementi vanno di pari
passo, e la fragilità dell'una può compromettere l'altro. Se il
principio d'uguaglianza soccombe di fronte ai rapporti di forza, il
ruolo dei poveri nella società sarà ridotto a quello della mera
sopravvivenza. Una democrazia si giudica dalla sua capacità di coniugare
libertà e solidarietà, prendendo così radicalmente le distanze dal
liberalismo assoluto o da altre dottrine, che negano il senso della
libertà o che costituiscono ostacolo alla vera solidarietà.50
Le iniziative comunitarie
34. Di fronte alla miseria, ovunque un numero crescente di individui
e di gruppi scelgono di partecipare ad azioni comunitarie. Tali
iniziative vanno fortemente incoraggiate. Attualmente, un numero sempre
maggiore di paesi appoggia la partecipazione popolare, ma alcune realtà
operano tentando ancora, con conseguenze a volte molto pesanti, di
ridurre al silenzio tali iniziative che, se li disturbano, rappresentano
tuttavia le basi indispensabili per un effettivo sviluppo.
Alcune Organizzazioni non governative (ONG) per lo sviluppo, create a
partire da iniziative locali, hanno favorito la formazione di una nuova
società civile a base popolare in molti paesi in via di sviluppo,
organizzando mezzi di concertazione e di sostegno molto diversificati.
Grazie ai dinamismi popolari che in tal modo si sono aperti la strada,
numerosi individui fra i più indigenti, possono finalmente uscire dalla
loro miseria e migliorare la loro condizione di fronte alla fame e alla
malnutrizione.
Nel corso degli ultimi anni, alcune Associazioni Internazionali
Cattoliche e nuove comunità ecclesiali hanno avviato varie iniziative in
campo socio-economico. Per combattere la fame e la miseria, si ispirano
alle corporazioni medioevali e specie alle unioni cooperative del XIX
secolo, nelle quali promotori del bene comune fondavano delle
istituzioni secondo lo spirito evangelico o trovando supporto nella
solidarietà sociale. Il primo a sottolineare la necessità di
organizzarsi per la promozione sociale fu il quacchero P. C. Plockboy (,
1695). Altri pionieri del passato più conosciuti sono: Félicité Robert
de Lamennais (1782-1854), Adolf Kolping (, 1856), Robert Owen
(1771-1858), il barone Wilhelm Emmanuel von Ketteler (1811-1877), mentre
oggigiorno sorgono associazioni che mirano al bene comune della società
e intendono arginare l'egoismo, l'orgoglio e l'avidità che spesso
costituiscono le leggi della vita collettiva. Le esperienze maturate nel
corso di tutta la storia ed i risultati di queste nuove iniziative danno
adito a sperare di trarne i frutti in futuro.51
L'accesso al credito
35. « Uno dei grandi risultati delle ONG è stato quello di garantire
ai poveri l'accesso al credito ».52 Questo accesso al credito da parte
di gruppi popolari è divenuto una pratica d'avanguardia, in grado di far
progredire un'economia di sussistenza informale fino a costituire un
reale tessuto economico di base. Forse, si è ancora lontani
dall'innalzare in maniera significativa il livello del Prodotto Interno
Lordo (PIL), ma l'importanza del fenomeno risiede anche nel suo
significato intrinseco e nella strada che apre. Sostenendo le iniziative
comunitarie, dando fiducia ai partners locali, si evita il persistere di
schemi assistenziali e si gettano lentamente le basi di uno sviluppo
integrale.53
Il ruolo fondamentale delle donne
36. Nella lotta contro la fame e in favore dello sviluppo, il ruolo
della donna è, di fatto, fondamentale, pur se spesso non ancora
sufficientemente riconosciuto ed apprezzato. E opportuno sottolineare il
ruolo primario della donna nella sopravvivenza di intere popolazioni,
specie in Africa. Sono spesso le donne che producono il necessario per
l'alimentazione delle famiglie. Specie nei paesi in via di sviluppo, ad
esse spetta di dare alla loro famiglia un'alimentazione sana ed
equilibrata, ma diventano le prime vittime di decisioni adottate a loro
insaputa, quali l'abbandono delle culture orticole e dei mercati locali
di cui, tuttavia, esse sono i principali operatori. Tale approccio non
rispetta le donne e nuoce allo sviluppo; in simili condizioni, il
passaggio all'economia di mercato e l'introduzione delle tecnologie
possono peggiorare — nonostante le migliori intenzioni — le condizioni
di lavoro delle donne.
La malnutrizione colpisce le donne in maniera particolare: sono loro
le prime a risentirne, ed il loro stato si ripercuote poi sulle loro
maternità, incidendo sul futuro sanitario e scolastico dei figli.
Ma lo scopo di questa lotta deve inseririsi in un contesto più
ambizioso: mirare a migliorare nei paesi poveri lo status sociale delle
donne, offrendo loro un miglior accesso alle cure sanitarie, alla
formazione ed anche al credito. In tal modo, le donne potranno
collaborare al meglio all'aumento della produzione, alla realizzazione
dello sviluppo, all'evoluzione economica e politica dei loro paesi.54
Ma questo progresso deve aver cura di conservare i ruoli dell'uomo e
della donna, senza scavare un solco fra di loro, evitando di
femminilizzare gli uomini o di virilizzare le donne.55 L'auspicabile
evoluzione della condizione della donna non deve far perdere di vista,
tuttavia, l'attenzione che essa deve dare alla vita che nasce e che
sboccia. Alcuni paesi in fase di sviluppo ne offrono l'esempio,
arginando quelle eccessive modifiche della sensibilità femminile che si
verificano attualmente in Occidente, senza con ciò paralizzare la donna
nel suo ruolo tradizionale. In effetti, non bisogna ripetere in questo
ambito gli errori commessi penalizzando le strutture tradizionali a
vantaggio dei modelli occidentali, particolarmente inadatti alle
situazioni locali ed adottati senza i necessari adeguamenti.
Integrità e senso sociale
37. E imperativo motivare tutti gli attori sociali ed economici a
favorire politiche di sviluppo che abbiano per obiettivo quello di
assicurare a tutti gli uomini pari opportunità di vivere dignitosamente
e questo con il concorso degli sforzi e dei sacrifici necessari. Ciò
risulterà però impossibile se i responsabili non dimostreranno
indiscutibilmente la loro integrità e il loro senso del bene comune. I
fenomeni di fughe di capitali, di spreco o di appropriazione delle
risorse a vantaggio di una minoranza familiare, sociale, etnica o
politica, sono diffusi e di pubblico dominio. Tali deviazioni vengono
denunciate di sovente, senza che per questo gli autori siano di fatto
sollecitati a porre fine a queste attività — a volte di notevole entità
— che ledono gli interessi dei poveri.56
E specialmente la corruzione57 che spesso ostacola le riforme
necessarie al perseguimento del bene comune e della giustizia, le quali
vanno di pari passo. La corruzione, dalle molteplici cause, costituisce
in primo luogo un gravissimo abuso della fiducia che la società accorda
ad un individuo, a cui viene affidato il mandato di rappresentarla ed il
quale, invece,approfitta di tale potere per trarne vantaggi personali.
La corruzione è uno dei meccanismi costitutivi di numerose « strutture
di peccato » ed il suo costo per il pianeta è di gran lunga superiore
all'ammontare complessivo delle somme sottratte.
III
VERSO UN'ECONOMIA PIU' SOLIDALE
Per meglio servire l'uomo e tutti gli uomini
38. La crescita della ricchezza è necessaria allo sviluppo, ma le
grandi riforme macro-economiche — che comportano sempre una limitazione
dei redditi — possono fallire, se le riforme strutturali non vengono
avviate con l'energia ed il coraggio politico necessari, specie per
quanto attiene al settore pubblico: riforma del ruolo dello stato,
eliminazione degli ostacoli politici e sociali. In questo caso, causano
inutili sofferenze ed accelerano una ricaduta. Queste grandi riforme, a
volte eccessivamente brutali, sono sempre accompagnate da aiuti
provenienti dalla comunità internazionale che fa pressione sul potere
politico, spesso dietro sua richiesta, per porre il paese di fronte alle
sue scelte ed aiutarlo ad adottare delle decisioni, che i paesi
industrializzati non hanno più avuto motivo di adottare dagli anni della
ricostruzione, dopo la seconda guerra mondiale.
Per le istituzioni internazionali è doveroso includere nei piani
elaborati dai governi, ascoltatone il parere, delle disposizioni mirate
ad alleviare la sofferenza di coloro che verranno maggiormente colpiti
da tali misure necessarie. Sta a loro nutrire fiducia nei confronti dei
dirigenti del paese, cosicché questo realmente benefici, in quel
determinato momento, degli aiuti finanziari pubblici e privati. Le
istituzioni internazionali debbono anche far pressione sul governo
affinché tutte le categorie sociali possano partecipare allo sforzo
comune. Diversamente, questo non sarà in grado di percorrere la strada,
se pur appena abbozzata, del bene comune e della giustizia sociale, così
difficile da salvaguardare in tali circostanze.
Per raggiungere tale obiettivo, il personale degli organismi
internazionali deve dar prova non solo di rigore tecnico — cui,
fortunatamente, è solito — ma deve anche dimostrare di avere a cuore gli
interessi dei singoli individui, il che non può essere inculcato tramite
disposizioni burocratiche o ricorrendo ad una formazione di natura
puramente economica. E in queste situazioni che l'ascolto preferenziale
del povero deve farsi particolarmente attento: si debbono prevedere
disposizioni precise, di comune accordo con le ONG e le Associazioni
cattoliche che sono a contatto e contemporaneamente al servizio dei più
deboli. Non si insisterà mai troppo su questo punto: esso è essenziale e
i responsabili nazionali ed internazionali possono facilmente
trascurarlo, in quanto il lavoro tecnico presenta di per sé
considerevoli difficoltà.
In linea di massima, tutti gli organismi nazionali ed internazionali,
in rapporto permanente con i singoli paesi con difficoltà di sviluppo,
debbono aprire canali di comunicazione personali ed ufficiosi fra coloro
che operano sul campo, al servizio delle popolazioni, ed il personale
tecnico che mette a punto i programmi di riforma. Ma per non scivolare
nell'economicismo e nell'ideologia, ciò deve realizzarsi nella reciproca
fiducia tra coloro che condividono il servizio agli uomini ed a ciascun
uomo.
Far convergere l'azione di tutti
39. I paesi più ricchi hanno una responsabilità di primo piano nella
riforma dell'economia mondiale.
In questi ultimi tempi hanno privilegiato i rapporti con i paesi che
registrano un certo decollo economico — quelli effettivamente in via di
sviluppo — ed anche con i paesi dell'Est europeo, la cui evoluzione può
costituire una minaccia geograficamente vicina.
Sul loro stesso territorio, i paesi ricchi non mancano di indigenti e
di difficoltà nell'attuazione delle necessarie riforme. Esiste allora la
tentazione di far slittare in secondo piano il problema dei poveri dei
paesi con difficoltà di sviluppo. « Non spetta a noi farci carico della
miseria del mondo » è la fase che riecheggia spesso nei paesi
globalmente ricchi.
Un simile atteggiamento, se si confermasse, sarebbe sia indegno che
miope. Ogni persona, ovunque si trovi, specie se dispone di mezzi
economici e di autorità politica, deve aprirsi all'ascolto della miseria
dei più derelitti, per tenere conto nelle proprie decisioni e nelle
proprie azioni degli interessi di costoro. Questo appello si rivolge a
tutti coloro che debbono prendere delle decisioni concernenti i paesi in
via di sviluppo.
Ma esso si rivolge anche a tutti coloro i quali, sia nell'ambito dei
diversi paesi, sia a livello internazionale, bloccano di fatto le
possibilità di agire in favore del bene comune, per proteggere interessi
che di per sé possono essere del tutto legittimi. La protezione di un
diritto acquisito in un determinato paese, può comportare il persistere
della fame in una qualche parte del mondo, senza che si possa cogliere
un nesso preciso di causalità, nè identificarne le vittime; diventa
facile, allora, negarne l'esistenza. Altri atteggiamenti conservatori,
ad altri livelli ed in altri luoghi, possono entrare in gioco e
contribuire alle stesse situazioni di stallo.
La riforma del commercio internazionale è in via di realizzazione e
allo stesso tempo sempre auspicata. Di fatto, coinvolge soprattutto i
poveri dei paesi ricchi. Di qui la capitale importanza che queste
priorità non facciano dimenticare la situazione degli indigenti dei
paesi poveri, che sono pressoché senza voce a livello internazionale.
Costoro debbono ritornare al centro delle preoccupazioni internazionali,
congiuntamente alle altre priorità. E lodevole il fatto che,
recentemente, la Banca Mondiale abbia dato preminenza allo «
sradicamento della miseria ».
I responsabili dei paesi in via di sviluppo non debbono, a loro
volta, confidare su un'ipotetica riforma internazionale prima di
dedicarsi alle riforme interne ai loro paesi, spesso palesemente
necessarie per favorire un certo decollo economico. Questo decollo non
dipende da misure particolari ma, da una coraggiosa e costante
applicazione di semplici regole che consentano, a chi ne è in grado, di
avviare iniziative valide, conservandone parte dei frutti; e d'altra
parte impediscano, a coloro che ne sono incapaci, di prelevare dalle
risorse nazionali un compenso non correlato al loro apporto. I popoli
debbono « sentirsi i principali artefici ed i primi responsabili del
loro progresso economico e sociale ».58 Come già precedentemente
menzionato, spetta ai governi e alle istituzioni in rapporto con i paesi
in via di sviluppo, manifestare chiaramente la loro preferenza in favore
di atteggiamenti responsabili e coraggiosi al servizio delle comunità
nazionali.
La volontà politica dei paesi industrializzati
40. I poteri pubblici dei paesi globalmente ricchi, debbono
intervenire sull'opinione pubblica per sensibilizzarla alla situazione
dei poveri, siano essi vicini o lontani. Spetta a loro, parimenti,
sostenere vigorosamente l'azione delle istituzioni internazionali che si
occupano di queste sofferenze, per aiutarle ad intraprendere iniziative
immediate e durature in grado di arginare la fame nel mondo. E quanto la
Chiesa, da parte sua, chiede con grande tenacia da oltre cento anni nei
confronti di tutti e contro tutti: essa chiede che i diritti dei più
deboli siano protetti, tra l'altro, tramite interventi delle pubbliche
autorità.59
Per sensibilizzare e mobilitare la comunità internazionale, specie
per quanto attiene alla dimensione etica delle problematiche in
questione, si possono trovare riferimenti energici e precisi in numerosi
testi elaborati, per esempio, dal Consiglio Economico e Sociale
(precisamente dalla sua Commissione dei diritti dell'uomo) o
dall'UNICEF. Limitandosi a menzionare i lavori della FAO, ben nota in
proposito, la convergenza già evocata fra l'insegnamento della Chiesa e
gli sforzi di crescente mobilitazione intrapresi dalla comunità
internazionale, affiora in tutta la sua evidenza, in un certo numero di
strumenti quali la « Charte des Paysans » (carta dei lavoratori
agricoli) contenuta nella Dichiarazione mondiale sulla riforma
agraria e lo sviluppo rurale (1979),60 il Patto mondiale sulla
sicurezza alimentare,61 la Dichiarazione mondiale sulla
nutrizione ed il Programma di azione adottato dalla
Conferenza Internazionale sull'Alimentazione (1992),62 senza dimenticare
diversi codici di condotta o impegni internazionali — politicamente o
moralmente vincolanti — sui pesticidi, sulle risorse fitogenetiche, ecc.
E importante far notare che questo punto di vista etico è stato
recentemente fatto proprio dalla Banca Mondiale.63
Lo sviluppo umano non potrà essere il risultato di meccanismi
economici che funzionano in modo automatico, e che basta favorire.
L'economia diventerà più umana grazie ad un insieme di riforme a tutto
campo, tutte ispirate dal miglior servizio del vero bene comune, ovvero
da una visione etica fondata sul valore infinito di ogni uomo e di tutti
gli uomini; da una economia che si lascia ispirare dalla « necessità di
costruire i rapporti fra i popoli su uno scambio costante di doni, su
una effettiva « cultura oblativa », in virtù della quale ogni paese
sarebbe aperto ai bisogni dei meno avvantaggiati ».64
Stabilire equamente le condizioni di scambio
41. Il funzionamento dei mercati, per favorire lo sviluppo, necessita
tuttavia di una saggia regolamentazione. Il mercato ha sue proprie leggi
che oltrepassano la capacità di decisione dei suoi partecipanti, per
quanto costoro siano sufficientemente numerosi e sufficientemente
indipendenti gli uni dagli altri; è quanto avviene sui mercati delle
materie prime minerali, nonostante i considerevoli sforzi compiuti sia
dai governi — ivi compresi alcuni organismi internazionali, in
particolare dall'UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio
e lo Sviluppo) — sia da imprese del settore privato. Non risulta
possibile, in nome di ragioni politiche o umanitarie, affrancarsi dal
livello dei prezzi risultante dal cieco funzionamento dei mercati.
Tuttavia, ci si deve assicurare che questi non siano oggetto di
tentativi di manipolazione.
D'altronde, è compito dei paesi importatori non conservare o non
erigere nuove barriere, che frenino l'eventuale ingresso di beni
provenienti da quei paesi in cui una parte importante della popolazione
ha fame; i paesi importatori debbono far sì che i benefici locali di
tali operazioni commerciali, vadano soprattutto a vantaggio dei più
indigenti. E un problema molto delicato che richiede un atteggiamento
coraggioso e preciso.
Superare il problema del debito
42. Come già precedentemente riferito, a partire dal 1985, la
questione del debito è stata gestita dalla comunità internazionale; la
sua prima preoccupazione è di evitare lo sgretolamento del sistema
finanziario che collega fra loro tutte le istituzioni finanziarie di
tutti i paesi. Questo sistema ha consentito, nelle diverse nazioni e nel
corso delle varie crisi, il consolidamento dei crediti, con il risultato
di mettere sullo stesso piano tutti i creditori di uno stesso paese. Ciò
non è conforme nè al diritto nè alla giustizia sociale. Per contro,
coloro che hanno concesso prestiti, sono stati indotti a rinunciare ad
una parte — variabile a seconda di ciascuno — dei propri crediti. E
necessaria molta equità e molta vigilanza per evitare che i paesi più
coraggiosi e più efficienti in materia di riforme vengano penalizzati
rispetto ad altri.
E evidente che il debito deve ancora diminuire in misura notevole ma,
pur dimenticando le circostanze che lo hanno provocato, è giusto che
tale contrazione debba accompagnarsi, in tutti i paesi, a riforme in
grado di evitare che si ricada in irregolarità quali: spesa pubblica
eccessiva, spesa pubblica non mirata, sviluppo privato locale senza
riscontro economico, eccessiva concorrenza tra paesi erogatori di
prestiti e paesi esportatori, il che favorisce vendite inutili o
addirittura dannose. In ogni caso va riconosciuto che un miglioramento
delle condizioni dei paesi con difficoltà di sviluppo, non sarà
possibile senza una maggiore stabilità del quadro sociale e
politico-istituzionale.
Aumentare l'aiuto pubblico a favore dello sviluppo
43. Per il secondo decennio di sviluppo, il progetto dell'UNCTAD
prevedeva che l'aiuto ai paesi in via di sviluppo raggiungesse lo 0,7%
del PIL dei paesi industrializzati. Tale obbiettivo, raggiunto solo da
alcuni paesi,65 è stato recentemente rivisto al Vertice di Copenaghen.66
In media l'aiuto ai paesi in via di sviluppo si attesta attualmente
sullo 0,33% del PIL, ovvero a meno della metà dell'obiettivo prefissato!
Il fatto che alcuni paesi riescano a raggiungere tale obiettivo ed
altri no, evidenzia come la solidarietà sia frutto della determinazione
dei popoli e degli Stati, e non il risultato di automatismi tecnici. E
raccomandabile, inoltre, serbare una quota maggiore di questo aiuto al
finanziamento di quei progetti che vengono elaborati con la
partecipazione degli stessi poveri. Poiché in democrazia i responsabili
politici dipendono dalla loro opinione pubblica, si dovrà sostenere uno
sforzo di ampio respiro affinché l'opinione pubblica acquisti più chiara
coscienza dell'importanza di questo bilancio di aiuti per lo sviluppo. «
Noi tutti siamo solidarmente responsabili delle popolazioni
sottoalimentate (...) occorre educare la coscienza al senso di
responsabilità che incombe a tutti e a ciascuno, specie ai più favoriti
».67
L'aiuto pubblico pone numerosi problemi di natura etica, sia ai paesi
donatori che a quelli destinatari. Ovunque, la moralizzazione dei
circuiti di nuova liquidità costituisce un problema difficile, e la
mancanza di etica può risultare a vantaggio di gruppi di interesse più o
meno ufficiali, negli stessi paesi esportatori. Si « congelano » in tal
modo situazioni di potere assimilabili alle « strutture di peccato »,
che favoriscono ovunque il clientelismo.
Si tratta di potenti meccanismi inibitori delle vere riforme e dello
sviluppo del bene comune, che possono causare conseguenze nefaste quali,
per esempio, disordini locali e lotte inter-tribali specialmente nei
paesi più fragili in tal senso.
La lotta contro queste « strutture di peccato » è portatrice di
grande speranza per i paesi più svantaggiati.
Ripensare l'aiuto
44. Spetta ai paesi industrializzati non soltanto aumentare i loro
aiuti ai paesi in via di sviluppo, ma anche ripensare la maniera in cui
tali aiuti vengono distribuiti. Gli « aiuti vincolati » sono da
criticare se concepiti in funzione del paese erogatore o donatore, e se
abbinati a condizioni che vincolano il paese ricevente tramite, ad
esempio, l'acquisto di beni prodotti nel paese donatore, l'impiego di
mano d'opera specializzata straniera, a svantaggio della mano d'opera
locale, la conformità ai programmi di aggiustamento strutturale, ecc.
D'altro canto, si può considerare il fatto che gli aiuti non vincolati
sono in grado di produrre realmente i risultati migliori, come si è
verificato in numerosi casi. Tuttavia, conviene non scartare a priori
l'eventualità di aiuti vincolati, nella misura in cui questi siano
concepiti quale mezzo per distribuire in maniera equa i vantaggi
derivanti alle varie parti in causa o nella misura in cui consentano una
gestione sana dei mezzi a disposizione.
Gli aiuti di emergenza, una soluzione tampone
45. Gli aiuti alimentari di emergenza meritano alcune osservazioni,
in quanto oggetto di controversie basate sulla considerazione che tali
aiuti non sono in grado di agire sulle cause stesse del problema della
fame. Mezzi di azione umanitaria agli occhi di alcuni, sono considerati,
al contrario, da altri, quale leva di sviluppo e addirittura, da molti,
come arma commerciale. Si rimprovera loro, fra l'altro, di scoraggiare
gli agricoltori locali, di modificare le abitudini alimentari, di
fungere da mezzo di pressione politica a motivo della dipendenza che
inducono, di giungere troppo tardi, di favorire il sorgere di una
mentalità assistenziale e, in ultimo, di avvantaggiare i soli
intermediari, di favorire la corruzione e anche di non arrivare ai più
indigenti. In alcuni paesi vengono protratti all'infinito, non senza
motivo, così da tramutarsi in elementi strutturali. In tal caso vengono
a costituire una forma di aiuto permanente alla bilancia dei pagamenti,
in quanto riducono il deficit nazionale. Tali aiuti possono essere
concessi anche quale forma di sostegno in periodi di aggiustamento
strutturale particolarmente difficile, nel momento in cui vengono
soppresse le sovvenzioni per il consumo dei prodotti primari.
Gli aiuti alimentari di emergenza devono rimanere una soluzione
temporanea, all'unico scopo di consentire ad una popolazione di
sopravvivere ad una situazione di crisi. In quanto aiuto umanitario, non
possono essere contestati in linea di principio. In effetti, sono
unicamente le loro deviazioni a suscitare critiche: per esempio, il loro
arrivo spesso tardivo o non confacente ai bisogni, la loro distribuzione
mal organizzata o distorta dall'intervento di fattori politici, etnici o
dal clientelismo, i furti e la corruzione, che impediscono ai viveri di
giungere ai più indigenti. E piuttosto l'aiuto strutturale prolungato ad
apparire agli uni come una leva di sviluppo ed agli altri come un'arma
commerciale, un fattore di destabilizzazione della produzione e delle
abitudini alimentari, una causa di dipendenza. In realtà, può avere
effetti sia benefici che nefasti. A prescindere dal fatto che l'aiuto
consente la sopravvivenza di popolazioni intere, non bisogna passare
sotto silenzio i suoi aspetti positivi, quali la possibilità di
realizzare lavori infrastrutturali, le transazioni triangolari, la
creazione di riserve negli stessi paesi in via di sviluppo. Si tratta di
un'arma a doppio taglio, di cui tuttavia, non è possibile fare a meno.
La concertazione dell'aiuto
46. Si potrebbe ovviare ad alcune delle critiche che questi aiuti
alimentari suscitano potenziando la concertazione fra i vari partners
della catena: Stati, autorità locali, ONG, associazioni ecclesiali. Gli
aiuti potrebbero venire limitati nel tempo e meglio distribuiti alle
popolazioni con reale deficit alimentare; sarebbe anche raccomandabile
che venissero costituiti da prodotti locali ogni qual volta ciò
risultasse possibile. Gli aiuti di emergenza debbono, in primo luogo,
contribuire a liberare le popolazioni dalla loro dipendenza. A tal fine,
a prescindere dall'infrastruttura soddisfacente o meno e dalle capacità
locali di distribuzione, gli aiuti debbono accompagnarsi a progetti che
mirino a premunire le popolazioni colpite da future penurie alimentari.
E in tal modo che gli aiuti di emergenza, devoluti a determinate
condizioni, potranno considerarsi alla stregua di una incisiva azione di
solidarietà internazionale. Di fatto, questo tipo di assistenza non sarà
in grado di offrire « una soluzione soddisfacente nella misura in cui si
continua a tollerare una miseria estrema, che non cessa di aggravarsi
provocando un numero sempre maggiore di vittime della malnutrizione e
della fame ».68
La sicurezza alimentare: una soluzione permanente
47. Il problema della fame non potrà risolversi se non rafforzando a
livello locale i quattro elementi costitutivi della « sicurezza
alimentare ».69 « La sicurezza alimentare esiste nel momento in cui
tutti gli abitanti hanno liberamente accesso agli alimenti necessari a
condurre una vita sana ed attiva ».70 A questo scopo, è importante
mettere a punto programmi che valorizzino la produzione locale, una
legislazione efficace che protegga le terre agricole e ne assicuri
l'accesso alla popolazione rurale. La mancata realizzazione di queste
misure nei paesi in via di sviluppo è dovuta al frapporsi di numerosi
ostacoli che vi si oppongono. Infatti diviene sempre più difficile e
complesso per i responsabili politici ed economici di questi paesi
mettere a punto una politica agricola. Fra le più importanti cause del
fenomeno ricordiamo la fluttuazione dei prezzi e delle valute provocata
anche dalla sovrapproduzione di prodotti agricoli. Per garantire la
sicurezza alimentare si dovrà favorire la stabilità e l'equità del
commercio internazionale.71
Priorità alla produzione locale
48. L'importanza primaria dell'agricoltura nell'ambito di ogni
processo di sviluppo, è ormai riconosciuta. Quale che sia l'evoluzione
della congiuntura commerciale internazionale, l'indipendenza economica e
politica, ma anche la situazione alimentare dei paesi in via di
sviluppo, avrebbero molto da guadagnare dalla messa a punto di sistemi
agricoli in grado di privilegiare lo sviluppo interno, pur rimanendo
aperti all'esterno. Tutto ciò richiede la creazione di un ambiente
economico e sociale basato su una migliore conoscenza ed una migliore
gestione dei mercati agricoli locali, sul rafforzamento del credito
rurale e della formazione tecnica, sulla garanzia di prezzi locali
remunerativi, su migliori circuiti di trasformazione e di
commercializzazione dei prodotti locali, oltre che su un'effettiva
concertazione fra i paesi in via di sviluppo, un'organizzazione degli
stessi lavoratori agricoli e la difesa collettiva dei loro interessi.
Sono questi altrettanti obiettivi la cui realizzazione dipende dalla
competenza come pure dalla volontà degli uomini.
L'importanza della riforma agraria
49. La produzione alimentare locale è spesso ostacolata da una
cattiva distribuzione delle terre e dall'utilizzo irrazionale dei
terreni. Oltre la metà della popolazione dei paesi in via di sviluppo
non possiede terra e tale proporzione è in aumento.72 Anche se quasi
tutti questi paesi hanno elaborato politiche di riforma agraria, pochi
sono quelli che le hanno tradotte in pratica. Inoltre, gli spazi
agricoli utilizzati dalle società alimentari multinazionali, sono
destinati a nutrire quasi esclusivamente le popolazioni dell'emisfero
Nord ed i sistemi di coltivazione adottati tendono ad impoverire i
terreni. Si fa urgente una « riforma coraggiosa delle strutture e di
nuovi modelli di rapporti fra gli Stati e le popolazioni ».73
Ruolo della ricerca e dell'educazione
50. I doveri che incombono sui responsabili politici e finanziari
sono di primaria importanza. Tuttavia, per raccogliere la grande sfida
della fame, della malnutrizione e della povertà, ciascun uomo è chiamato
ad interrogarsi su ciò che fa e su ciò che potrebbe fare.
Sarebbero necessari a tale scopo:
– l'apporto della scienza: gli intellettuali sono invitati anch'essi a
mobilitare le loro conoscenze e la loro influenza per cercare una
soluzione al problema. Le ricerche nel settore della biotecnologia, per
esempio, possono contribuire a migliorare — sia nell'emisfero Nord che
in quello Sud — la sicurezza alimentare mondiale, le cure sanitarie o
anche l'approvvigionamento di energia. Da parte loro, le scienze umane,
tramite una migliore lettura ed una più esatta interpretazione
dell'organizzazione sociale, possono meglio mettere in luce, allo scopo
di correggerli, gli squilibri dei sistemi vigenti e le nefaste
conseguenze che questi ingenerano. Possono pure contribuire alla
definizione ed alla messa a punto di nuove vie per la solidarietà fra i
popoli;
– la sensibilizzazione degli individui e dei popoli: l'amore per il
prossimo è un compito affidato ai genitori, agli educatori, ai
responsabili politici, a qualsiasi livello essi operino, come pure agli
specialisti dei mezzi di comunicazione di massa che hanno una
responsabilità maggiore per far maturare la coscienza dell'umanità;
– uno sviluppo autentico in ogni paese: è necessario dare una importanza
prioritaria a quell'educazione che non si limita alla mera trasmissione
degli elementi necessari per la comunicazione o per un lavoro di utilità
personale o pubblica, ma che offre le basi per una coscienza morale.
Dovrà venire eliminata qualsiasi dicotomia fra educazione e sviluppo,
due obiettivi talmente interdipendenti, così strettamente interconnessi
l'uno all'altra, che è necessario perseguirli congiuntamente, se si
vogliono ottenere risultati durevoli. E un dovere di solidarietà quello
di consentire ad ogni uomo di beneficiare « di un'educazione che
corrisponda alla sua vocazione ».74
Gli Organismi Internazionali:
Associazioni Internazionali Cattoliche,
Organizzazioni Internazionali Cattoliche (OIC),
Organizzazioni Non Governative (ONG) e reti da loro costituite
51. Affiancandosi ad altre iniziative precedenti, alcuni organismi,
fondati anche da volontari, si sono messi da qualche decennio al
servizio degli individui e delle popolazioni in difficoltà. Questi
Organismi Internazionali spesso conosciuti con il nome di: Associazioni
Internazionali Cattoliche, Organizzazioni Internazionali Cattoliche
(OIC) ed Organizzazioni Non Governative (ONG), sono ben noti per il loro
dinamismo; il loro banco di prova sono stati la promozione dello
sviluppo integrale dei poveri e la risposta a situazioni di emergenza
(carestie o penurie). Sanno attirare l'attenzione su situazioni
disperate, mobilitando fondi privati e pubblici ed organizzando soccorsi
sul posto. La maggior parte di questi hanno perfezionato nel corso degli
anni la loro lotta contro la fame, abbinandola ad una azione di più
ampio respiro a favore dello sviluppo. Fra le loro realizzazioni più
conosciute ci sono progetti in favore di nuove iniziative adottate in
loco in maniera autonoma, o progetti tesi a rafforzare le istituzioni e
le collettività locali.
Da parte sua, la Chiesa cattolica, da sempre (e dunque ben prima che
le ONG esistessero come tali) incoraggia, ispira e coordina queste forze
e questi mezzi, tramite innumerevoli associazioni parrocchiali,
diocesane, nazionali ed internazionali e tramite grandi reti.75
Intendiamo qui esprimere il nostro apprezzamento per il lavoro degli
Organismi Internazionali nel loro insieme, siano essi di ispirazione
direttamente cristiana,76 di ispirazione religiosa o di ispirazione
laica.
La duplice missione degli Organismi Internazionali
52. La missione degli Organismi Internazionali è duplice:
sensibilizzazione ed azione. Se la seconda è evidente, la prima è spesso
ignorata, anche se entrambe sono indissociabili l'una dall'altra: la
sensibilizzazione di tutti alle realtà ed alle cause del cattivo
sviluppo è fondamentale e primaria.
Da essa dipende direttamente l'indispensabile raccolta di fondi
privati da una parte, e dall'altra la presa di coscienza di un maggior
numero di persone. La costituzione di questa base popolare è necessaria
per ottenere un aumento dell'aiuto pubblico allo sviluppo e la
trasformazione delle « strutture di peccato ».
Una solidarietà fraterna
53. Gli Organismi Internazionali debbono considerare i gruppi ai
quali vengono in aiuto, quali effettivi interlocutori paritetici. E così
che nasce una solidarietà dal volto fraterno, nel dialogo, nella
reciproca fiducia, nell'ascolto rispettoso dell'altro.
In questo settore così delicato, il Papa Giovanni Paolo II ha voluto
offrire un segno del suo particolare interesse: si tratta della
Fondazione « Giovanni Paolo II per il Sahel », il cui scopo è la lotta
contro la desertificazione nei paesi del sud del Sahara, e della
Fondazione « Populorum Progressio » a favore dei più diseredati
dell'America Latina, entrambe con amministrazione autogestita dalle
Chiese locali delle rispettive regioni.77
IV
IL GIUBILEO DELL'ANNO 2000
UNA TAPPA NELLA LOTTA CONTRO LA FAME
I Giubilei: dare a Dio ciò che è di Dio
54. Nella lettera Apostolica Tertio millennio adveniente, in
vista della celebrazione del secondo millennio della nascita di Cristo,
il Papa Giovanni Paolo II ricorda l'antichissima pratica dei giubilei
nel vecchio Testamento, radicata nel concetto di anno sabbatico. L'anno
sabbatico era un tempo specificamente consacrato a Dio; secondo la legge
di Mosè veniva celebrato ogni sette anni. Prevedeva che si facesse
riposare la terra, si liberassero gli schiavi e anche si condonassero i
debiti. L'anno giubilare, che ricorreva, invece, ogni cinquanta anni,
ampliava le prescrizioni precedenti: lo schiavo israelita, in
particolare, non solo era liberato, ma rientrava in possesso della terra
dei suoi avi: « Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete
la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un
giubileo: ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia
» (Lv 25, 10).
Il fondamento teologico di questa ridistribuzione era il seguente: «
Non si poteva essere privati in modo definitivo della terra, poiché essa
apparteneva a Dio, né gli israeliti potevano rimanere per sempre in una
situazione di schiavitù, dato che Dio li aveva « riscattati » per sé,
come proprietà esclusiva, liberandoli dalla schiavitù in Egitto ».78
Ritroviamo qui l'esigenza della destinazione universale dei beni.
L'ipoteca sociale legata al diritto alla proprietà privata, si traduceva
così, periodicamente, in leggi di diritto pubblico, per ovviare alle
trasgressioni dei singoli rispetto a tale esigenza: desiderio smodato di
guadagno, profitti di dubbia provenienza e modi ben diversi di utilizzo
della proprietà, del possesso e del sapere, in aperta violazione del
fatto che i beni creati debbono servire a tutti in maniera equa.
Questo quadro giuridico, associato al giubileo ed all'anno giubilare,
preannunziava a grandi linee l'insegnamento sociale della Chiesa,
strutturatosi, in seguito, sulla base del Nuovo Testamento.
Indubbiamente, poche furono le realizzazioni concrete che accompagnarono
l'ideale di società legato all'anno giubilare. Sarebbe stato necessario
un governo equo, in grado di imporre i precetti sopra menzionati, volti
a ristabilire una certa giustizia sociale. Il magistero sociale della
Chiesa, sviluppatosi specie a partire dal XIX secolo, ha in certo modo
trasformato questi precetti in principio di eccezione, essenzialmente di
competenza dello Stato e destinato a ridare ad ogni persona la
possibilità di godere di parte dei beni della creazione. Questo
principio è costantemente ricordato e proposto a chi vuole intenderlo.
Diventare « provvidenza » per i propri fratelli
55. Fondamentalmente, la pratica dei giubilei trova il suo
riferimento nella Divina Provvidenza e nella storia della salvezza.79 Se
si prende avvio da tale origine, le realtà della fame e della
malnutrizione possono essere comprese quale conseguenza del peccato
dell'uomo, come rivelato già dai primi versetti del libro della Genesi:
« Yahvè dice a Caino: "Dove è Abele, tuo fratello?" Egli rispose "Non lo
so. Sono forse il guardiano di mio fratello?". Yahvè riprese "Che hai
fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii
maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il
sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più
i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra" » (Gen 4,
9-12).
L'immagine qui evocata esprime con perfetta chiarezza il rapporto che
intercorre fra il rispetto per la dignità della persona umana e la
fecondità dell'ambiente ecologico, ormai macchiato e ferito. Tale
rapporto ritorna come una eco nel corso di tutta la storia umana fino a
costituire, verosimilmente, lo sfondo teologico dei rapporti di
causalità, precedentemente analizzati a proposito della fame e della
malnutrizione. Le alee naturali, a volte così sfavorevoli, appaiono
amplificate dalle conseguenze della smisurata sete di potere e di
profitto e dalle « strutture di peccato » che ne derivano. L'uomo,
voltando le spalle all'intenzione di Dio espressa nella creazione, non
riesce più a vedere se stesso, i suoi fratelli ed il suo futuro, se non
attraverso una miopia che lo condanna all'esperienza dell'erranza che
segna il genere umano: « ... che hai fatto di tuo fratello? ».
Dignità dell'uomo e fecondità del suo lavoro
56. Dio, tuttavia, non cessa di voler restituire la creazione agli
uomini e di volerli aiutare, tramite Cristo Redentore, a coltivare ed a
custodire il giardino, (cf. Gen 2, 15-17) evitando che si tramuti
in fango ed escluda qualcuno. In questa situazione, l'intero sforzo teso
a restituire la dignità della persona umana e l'armonia fra l'uomo e la
creazione è iscritto, per la Chiesa, nel mistero della Redenzione
operata dal Cristo, rappresentato simbolicamente dall'albero della vita
nel giardino dell'Eden (cf. Gen 2, 9). Quando entra liberamente
in comunione con questo mistero, l'uomo trasforma l'erranza alla quale è
condannato in un pellegrinaggio, con luoghi e tappe della fede, ove
apprende nuovamente ad instaurare un giusto rapporto con Dio, con i suoi
simili e con tutta la creazione. Sa bene allora che tale giustificazione
nasce e si nutre della fede, della fiducia in Dio, e che spesso si attua
nell'uomo dal cuore povero. Costui diventa allora di nuovo pienamente
partecipe del compimento della creazione, resa caduca dal peccato
originale: « la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione
dei figli di Dio... per entrare nella libertà della gloria dei figli di
Dio » (Rm 8, 19 e 21).
Il significato dell'economia umana si dispiega così nella sua
pienezza: possibilità per l'uomo e per tutti gli uomini di coltivare la
terra, di vivere « della terra... (dove cresce) quel corpo della nuova
famiglia umana, che già riesce ad offrire una certa prefigurazione del
mondo a venire ».80 La dinamica di questa economia in cammino proviene
dalla nostra adesione a questo pellegrinaggio, così che essa si « faccia
carne » nelle nostre persone. Abbandonarvisi in una progressiva
incondizionalità ci ricongiunge alla Chiesa, questo popolo di pellegrini
in cammino, e la fa procedere tutta intera verso il Regno di Dio. Spetta
dunque a ciascuno di noi, battezzato in Cristo, mostrare questa
fecondità di cui la Chiesa è depositaria e la cui missione è di
restaurare la fecondità di tutta la creazione. Di fronte alla logica
delle « strutture di peccato » che debilitano l'economia umana, siamo
chiamati ad essere persone che si lasciano interrogare intimamente da
Dio ed in tal modo assumono un atteggiamento critico nei confronti dei
modelli dominanti.
In tale prospettiva, la Chiesa invita tutti gli uomini a sviluppare
le proprie conoscenze, le proprie competenze e le proprie esperienze,
ciascuno a seconda dei doni ricevuti e a seconda della propria
vocazione. Questi doni, queste vocazioni, proprie di ogni singola
persona, sono d'altronde ammirevolmente illustrate dalle tre parabole
(dell'amministratore, delle dieci vergini e dei talenti) che precedono
quella del Giudizio finale (cf. Mt 24, 45-51 e 25, 1-46) di cui
si è trattato precedentemente: la complementarità e la diversità delle
vocazioni e dei carismi orientano la risposta d'amore dell'uomo,
chiamato a divenire « provvidenza » per i suoi fratelli, « una
provvidenza saggia ed intelligente, che guida lo sviluppo dell'uomo e lo
sviluppo del mondo, in armonia con la volontà del Creatore, per il
benessere della famiglia umana ed il compimento della vocazione
trascendente di ciascun individuo ».81
L'economia degradata dalla mancanza di giustizia
57. La Lettera Apostolica Tertio millennio adveniente, propone
alcune iniziative molto concrete per promuovere attivamente la giustizia
sociale,82 ed in tal senso essa incoraggia a ricercare altre forme di
risposta al problema della fame e della malnutrizione, che il Giubileo
potrebbe fare proprie.
La pratica giubilare è particolarmente necessaria nell'ambito
dell'economia che, lasciata a se stessa, diventa di fatto anemica, in
quanto non attua più la giustizia. Ogni crisi economica, il cui effetto
estremo è la penuria alimentare, si configura fondamentalmente quale
crisi di giustizia, che non viene più realizzata.83
Il popolo eletto del Vecchio Testamento lo aveva già capito ed ora
sta a noi attualizzarlo. Questa crisi va analizzata oggi nel contesto
del libero mercato: all'interno di ogni singolo paese, come pure nei
rapporti internazionali, il libero mercato può costituire uno strumento
appropriato per la distribuzione delle risorse e per un'efficace
risposta ai bisogni.84 La realizzazione della giustizia sociale
stabilizza lo scambio commerciale: ciascuno ha diritto di parteciparvi,
pur correndo il rischio di cadere in un neo maltusianismo economico, che
si limiterebbe ad una visione stereotipa della solvibilità e
dell'efficacia.
Stabilito ciò, si deve constatare che la giustizia ed il mercato sono
spesso analizzati come due realtà antinomiche, il che implica che la
persona umana si sente libera da qualsiasi responsabilità in ordine alla
giustizia sociale. L'esigenza di equità, di conseguenza, non è più di
competenza dell'individuo, che soggiace con rassegnazione alle leggi del
mercato: essa viene trasferita allo Stato e, più precisamente, allo
Stato-provvidenza.
In linea di massima, le filosofie morali diffuse oggi sono ampiamente
responsabili dello spostamento d'accento nella riflessione: si è passati
dal campo del comportamento giusto, a quello della giustizia delle
strutture e delle procedure, una costruzione teorica praticamente
irrealizzabile. D'altronde, questa provvidenza dello Stato, ad intra ed
ad extra, risulta oggi ben logora, sempre meno garante di una vera
giustizia distributiva, essa stessa nociva all'efficienza delle economie
nazionali. Non costituisce tutto ciò argomento di riflessione in merito
al rapporto fra carenza di contributi individuali alla realizzazione di
una giustizia sociale e di una sobrietà dei nostri comportamenti
economici da un lato e, dall'altro, crescente inefficacia dei meccanismi
di ridistribuzione, che si ripercuote a sua volta sull'efficacia globale
della nostra economia?
Equità e giustizia nell'economia
58. Per poter offrire una risposta a questa antinomia fra mercato e
giustizia, l'insegnamento sociale della Chiesa cerca di approfondire la
nozione di prezzo equo, ripresa dal pensiero scolastico, riferendola non
soltanto al criterio di giustizia commutativa, ma ampliandola a quello
di giustizia sociale, ovvero all'insieme dei diritti e dei doveri della
persona umana. La realizzazione di tale giustizia sociale, basata sulla
equità dei prezzi, presuppone una duplice conformità: conformità del
contesto giuridico, che delimita il mercato con la legge morale;
conformità dei molteplici atti economici individuali, che stabiliscono
il prezzo del mercato e la stessa legge morale.
Una responsabilità personale che si limiti alla sola legge civile è
insufficiente, in quanto questa implica, in svariati casi, «
l'abdicazione della sua coscienza morale ».85 Come il prezzo sul mercato
deriva dalla molteplicità dei valori d'uso attribuitigli dai
consumatori, così sarà la nostra condotta morale, arbitro dei valori
d'uso attribuiti, che farà convergere o meno il prezzo del mercato verso
il prezzo equo. Nel momento in cui gli agenti economici non integrano le
loro scelte economiche con il dovere di giustizia sociale, il meccanismo
di mercato dissocierà il prezzo concorrenziale dal prezzo equo.
Nella preparazione al Giubileo dell'anno 2000, siamo tutti invitati a
incarnare la legge morale nella quotidianità dei nostri « atti economici
».86 Ne deriva che il carattere equo o non equo del prezzo è in qualche
modo « nelle nostre mani », in quelle del produttore e dell'investitore,
in quelle dei consumatori, come in quelle di coloro che gestiscono il
potere pubblico a livello decisionale.
Ciò non comporta che lo Stato e la comunità degli Stati siano
dispensati dall'esercitare una tutela in grado, fra l'altro, di
sopperire, se pur in maniera imperfetta, alla carenza del dovere
individuale di giustizia sociale, a questa assenza di conformità alla
legge morale che incombe a ciascuno. Il bene comune, che costituisce un
obiettivo politico, prevale sulla mera giustizia commutativa degli
scambi.
Ispirare nuove proposte giubilari
59. L'appello di Dio trasmesso dalla sua Chiesa, è chiaramente un
appello alla condivisione, alla carità attiva e fattiva, rivolto non
solo ai cristiani, ma a tutti gli uomini di buona volontà ed a tutti gli
uomini capaci di buona volontà, ovvero a tutti gli uomini, senza
eccezione alcuna. La Chiesa si pone in tal modo alla guida di quei
movimenti che, avendo a cuore la persona umana in generale e ogni uomo
in particolare, promuovono l'amore solidale. Presente ed attiva a fianco
di tutti coloro che si adoperano nell'azione umanitaria per rispondere
ai bisogni ed ai diritti più fondamentali dei loro fratelli, la Chiesa
ricorda costantemente che la « soluzione » della questione sociale
necessita della collaborazione di tutte le forze.87
Ogni persona di buona volontà, in effetti, può percepire i risvolti
etici connessi al divenire dell'economia mondiale: combattere la fame e
la malnutrizione, contribuire alla sicurezza alimentare e ad uno
sviluppo agricolo endogeno dei paesi in via di sviluppo, valorizzarne le
loro potenzialità di esportazione, preservare le risorse naturali
d'interesse planetario... L'insegnamento sociale della Chiesa vi scorge
altrettanti elementi costitutivi del bene comune universale, che le
nazioni industrializzate debbono riconoscere e promuovere. Parimenti,
questi dovrebbero costituire l'obiettivo essenziale delle organizzazioni
economiche internazionali e l'effettiva posta in gioco per la
mondializzazione degli scambi. Questo bene comune universale — una volta
riconosciuto — dovrebbe ispirare un rafforzamento del quadro giuridico
istituzionale e politico che regoli gli scambi commerciali
internazionali, e contemporaneamente ispirare nuove proposte giubilari.
Ciò richiederà coraggio da parte dei responsabili delle istituzioni
sociali, governative, sindacali, tanto difficile è divenuto oggigiorno
inserire gli interessi di ciascuno all'interno di una visione coerente
del bene comune.
In merito, la Chiesa non ha per sua missione quella di proporre
soluzioni tecniche, ma coglie l'occasione di questa preparazione al
grande Giubileo per lanciare un vasto appello per proposte e
suggerimenti capaci di accelerare lo sradicamento della fame e della
malnutrizione.
Fra queste proposte, due sono particolarmente importanti:
a) La costituzione di scorte alimentari di sicurezza —
sull'esempio di Giuseppe in Egitto (cf. Gen 41, 35) — che
consentano di offrire in caso di crisi momentanea, un'assistenza
concreta alle popolazioni colpite da calamità. I meccanismi per la
costituzione e la gestione di queste scorte dovrebbero essere concepiti
in maniera tale da evitare qualsiasi tentazione burocratica, atta a
prestare il fianco a lotte di influenza politica o economica da una
parte, o alla corruzione dall'altra, e in grado di evitare una qualsiasi
manipolazione diretta o indiretta dei mercati.
b) La promozione di orti familiari, specie in quelle regioni
in cui la povertà priva le persone, in particolar modo i capi famiglia
ed i loro cari, del pur minimo accesso all'utilizzo della terra come
pure all'alimentazione di base, sulla scia di quanto il Papa Leone XIII
invocava, per le stesse ragioni, a favore degli operai del XIX secolo: «
(l'uomo) giunge a mettere tutto il suo cuore nella terra che lui stesso
ha coltivato, che promette, a lui ed ai suoi, non soltanto lo stretto
necessario, ma anche una certa agiatezza.... ».88
Nella maggior parte delle aree del mondo, è necessario prevedere ed
adottare iniziative atte a fornire ai più poveri la disponibilità di un
angolo di terra, le nozioni necessarie e anche un minimo di attrezzi
agricoli strumenti, consentendo in tal modo di compiere passi rilevanti
per uscire da situazioni di miseria estrema.
In ultimo, ed in una prospettiva più ampia, si raccoglieranno
testimonianze e studi basati sull'esperienza e sull'osservazione in
contesti specifici, per tentare di costituire una banca dati che
illustri in termini pratici, da tutte le angolazioni, le reali
situazioni di « strutture di peccato » e di « strutture di bene comune
».89
V
LA FAME: UN APPELLO ALL'AMORE
Il povero ci chiama all'amore
60. In tutti i paesi del mondo, l'esperienza della vita quotidiana ci
sollecita — se non chiudiamo gli occhi — a incrociare lo sguardo di
coloro che hanno fame. In questo sguardo, è « la voce del sangue di tuo
fratello che grida a me dal suolo » (Gen 4, 10).
Sappiamo che è Dio stesso che ci chiama in colui che ha fame. La
sentenza del Giudice universale condanna senza alcuna clemenza: « ...
Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il Diavolo
ed il suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da
mangiare... » (Mt 25, 41 ss).
Queste parole che salgono dal cuore di Dio fattosi uomo, ci fanno
comprendere il significato profondo del soddisfacimento dei bisogni
elementari di ogni uomo agli occhi del suo Creatore: non abbandonate
colui che è fatto ad immagine di Dio, voi abbandonereste il Signore
stesso. E Dio stesso che ha fame e che ci chiama nel gemito di colui che
ha fame. Discepolo del Dio che si rivela, il cristiano è sollecitato ad
ascoltare, se così si può dire, l'appello del povero. E infatti un
appello all'amore.
La povertà di Dio
61. Secondo gli autori dei salmi, i canti del Vecchio Testamento, « i
poveri » si identificano con i « giusti », con coloro « che cercano Dio
», « che lo temono », che « hanno fiducia in lui », che « sono benedetti
», che « sono i suoi servitori » e « conoscono il suo nome ».
Come riflessa in uno specchio concavo, tutta la luce degli « ANAWIM
», i poveri della prima Alleanza, converge verso la donna che
costituisce la cerniera fra i due Testamenti: in Maria riluce tutta la
dedizione a Yahvè e tutta l'esperienza che guida il popolo di Israele, e
si incarna nella persona di Gesù Cristo. Il « Magnificat » è la lode che
gli rende testimonianza: l'inno dei poveri la cui ricchezza è tutta in
Dio (cf. Lc 1, 46 ss).
Questo canto si apre con un'esplosione di gioia che esprime
un'immensa gratitudine: « L'anima mia magnifica il Signore ed il mio
spirito esulta in Dio mio salvatore ». Ma non sono le ricchezze o il
potere che fanno esultare Maria: infatti, ella si vede piuttosto «
piccola, insignificante e umile ». Questa idea di base ispira tutta la
sua lode e si oppone radicalmente a coloro che mirano a soddisfare la
loro sete d'orgoglio, di potere e di ricchezza. Chi si atteggia in tal
modo sarà « disperso », « rovesciato dal suo trono », « rinviato a mani
vuote ».
Gesù stesso riprende questo insegnamento di sua Madre nel suo
discorso evangelico sulle Beatitudini, che iniziano — e non a caso — con
l'espressione « beati i poveri ». Le sue parole indicano in cosa
consista l'uomo nuovo, in opposizione alle « ricchezze » che
costituiscono l'oggetto delle sue critiche.
E ai poveri che si indirizza la sua Buona Novella (cf. Lc 4,
18). L'« inganno delle ricchezze », al contrario, allontana dalla
sequela di Cristo (cf. Mc 4, 19). Non si possono servire due
padroni, Dio e Mammona (cf. Mt 6, 24). La preoccupazione per il
domani è indice di mentalità pagana (cf. Mt 6, 32). Per il
Signore non si tratta di belle parole; infatti ne dà testimonianza con
la propria vita: « Ma il figlio dell'uomo, lui, non ha ove posare il
capo » (Mt 8, 20).
La Chiesa è con i poveri
62. Il precetto biblico non va né falsato né taciuto: è in
controtendenza con lo spirito del mondo e con la nostra sensibilità
naturale. La nostra natura e la nostra cultura sono turbate davanti alla
povertà.
La povertà evangelica è a volte oggetto di commenti cinici da parte
degli indigenti, come pure da parte dei benestanti. I cristiani sono
accusati di voler perpetuare la povertà. Un tale disprezzo della povertà
sarebbe propriamente diabolico. Il segno di Satana (cf. Mt 4) è
quello di opporsi alla volontà di Dio facendo riferimento alla sua
Parola.
Un discorso del Papa Giovanni Paolo II può aiutarci ad evitare di
giungere a tale conclusione, che ci permetterebbe di giustificare il
nostro egoismo. In occasione della sua visita alla favela del Lixão de
São Pedro, in Brasile, il 19 ottobre 1991, il Santo Padre, riflettendo
sulla prima beatitudine del Vangelo di San Matteo, illustrò il nesso fra
povertà e fiducia in Dio, fra beatitudine ed abbandono totale al
Creatore. E dichiarava: « Ma esiste un'altra povertà, molto diversa da
quella che Cristo proclamava beata, e che colpisce una moltitudine di
nostri fratelli, impedendone lo sviluppo integrale in quanto persone. Di
fronte a questa povertà, che è carenza e privazione dei beni materiali
necessari, la Chiesa fa sentire la sua voce... E per ciò che la Chiesa
sa che ogni trasformazione sociale deve necessariamente passare per una
conversione dei cuori e prega a tal fine. Questa è la prima e la
principale missione della Chiesa ».90
Come già affermato, l'appello di Dio, di cui la sua Chiesa si fa eco,
evidentemente è un richiamo alla condivisione, alla carità attiva e
concreta che si indirizza non solo ai cristiani, ma a tutti gli uomini.
Come sempre, e oggi più che mai, la Chiesa è vicina a tutti coloro che
svolgono un'azione umanitaria a servizio dei loro fratelli, per la
soddisfazione dei loro bisogni e per la difesa dei loro diritti
fondamentali.
Il contributo della Chiesa allo sviluppo della persona e dei popoli,
non si limita unicamente alla lotta contro la miseria e il
sottosviluppo. Esiste una povertà provocata dal convincimento che basti
proseguire sulla via del progresso tecnico ed economico per rendere ogni
uomo più degno di tale nome. Ma all'uomo non può bastare uno sviluppo
senz'anima, e l'eccesso di opulenza risulta a suo danno, al pari
dell'eccesso di povertà. E il « modello di sviluppo » creato
dall'emisfero settentrionale e che questo diffonde nell'emisfero
meridionale, ove il senso religioso ed i valori umani ivi presenti,
rischiano di essere spazzati via dall'invasione di un consumismo fine a
se stesso.
Il povero ed il ricco sono entrambi chiamati alla libertà
63. Dio non vuole la povertà del suo popolo, cioè di tutti gli
uomini, poiché Egli nel grido di ciascuno di essi rivolge a noi una
chiamata. Ci dice semplicemente che il povero, al pari del ricco
accecato dalla sua ricchezza, sono entrambi uomini mutilati: il primo,
per circostanze che lo oltrepassano suo malgrado, il secondo, a motivo
delle sue stesse mani, troppo piene, e con la sua stessa complicità.
Così ambedue si trovano ostacolati ad accedere alla libertà interiore
alla quale Dio non cessa di chiamare tutti gli uomini.
Il povero « colmo di ricchezze » non troverà in questo un'egoistica
rivalsa sulla cattiva sorte, bensì una condizione che gli consentirà
infine di non vedere limitate le sue capacità fondamentali. Il ricco, «
rimandato a mani vuote », non è punito per essere ricco, ma è liberato
dalla pesantezza e dall'opacità inerenti al suo attaccamento troppo
esclusivo ai beni, di qualsiasi natura essi siano. Il canto del
Magnificat non è una condanna, ma un appello alla libertà e all'amore.
In questo processo di duplice guarigione, il povero è chiamato a
sanare il suo cuore ferito da un'ingiustizia che può condurlo fino
all'odio per se stesso e per gli altri. Il ricco è chiamato ad
abbandonare il suo fardello di paccottiglie, lui che si tappa gli occhi
e le orecchie e nasconde le profondità del suo cuore sotto le coltri
delle sue povere ricchezze: denaro, potere, immagine e piaceri di ogni
tipo, che riducono la percezione che ha nei confronti di se stesso e
degli altri, e che, nel mentre aumentano i suoi beni, fanno crescere i
suoi desideri.
La necessaria conversione del cuore dell'uomo
64. La fame nel mondo fa toccare con mano le debolezze degli uomini,
a tutti i livelli: la logica del peccato evidenzia come il peccato
stesso, questo male del cuore dell'uomo, è all'origine delle miserie
della società, attraverso il meccanismo, se così si può dire, delle «
strutture di peccato ». Per la Chiesa, sono l'egoismo colpevole, la
ricerca ad ogni costo del denaro, del potere e della gloria, che
rimettono in questione lo stesso valore del progresso in quanto tale. «
Infatti, sconvolto l'ordine dei valori e mescolando il male col bene,
gli individui ed i gruppi guardano solamente alle cose proprie, non a
quelle degli altri; e così il mondo cessa di essere il campo di una
genuina fraternità, mentre invece l'aumento della potenza umana minaccia
di distruggere ormai lo stesso genere umano ».91, legata alla nozione di
"progresso", dalle connotazioni filosofiche di tipo illuministico... Ad
un ingenuo ottimismo meccanicistico, è subentrata una fondata
inquietudine per il destino dell'umanità... Oggi si comprende meglio che
la pura accumulazione di beni e servizi, anche a favore della
maggioranza, non basta a realizzare la felicità degli uomini », l.
c., pp. 547-550.]
Per contro, l'amore che si instaura nel cuore dell'uomo, gli consente
di superare i propri limiti e di agire nel mondo, creando « strutture
del bene comune »: queste favoriscono il cammino verso la « civiltà
dell'amore »92 per coloro che sono ad esse più sensibili, i quali vi
trascinano anche gli altri.
L'uomo è così chiamato a riformare il suo agire; la posta in gioco è
di vitale importanza per il mondo. Egli è condotto a riformare il suo
cuore, con un movimento del suo essere teso all'unificazione di sé e
della comunità umana nell'amore. Questa riforma dell'uomo nella sua
totalità, è radicale per profondità e conseguenze, in quanto l'amore è
radicale per la sua stessa essenza; non accetta divisioni, abbraccia
tutti gli impulsi della persona, le sue azioni al pari della sua
preghiera, i suoi mezzi materiali al pari delle sue ricchezze
spirituali.
La conversione del cuore degli uomini, di ciascuno e di tutti
insieme, è la proposta di Dio che può cambiare profondamente la faccia
della terra, cancellarne gli orrendi tratti della fame che sfigurano
parte del suo volto. « ... Convertitevi e credete al Vangelo » (Mc
1, 15) è l'imperativo che accompagna l'annuncio del Regno di Dio e
che realizza la sua venuta. La Chiesa sa che questo mutamento intimo e
profondo, spingerà l'uomo nella sua vita di tutti i giorni a guardare
oltre il suo immediato interesse, a mutare man mano la sua maniera di
pensare, di lavorare, di vivere, per apprendere in tal modo, nel
quotidiano, ad amare nel pieno esercizio delle sue facoltà, nel mondo
così come è.
Per quanto poco ci prestiamo a ciò, Dio stesso se ne prenderà cura.
« Diffidate degli idoli »
65. Ecco la promessa che ci fa il Signore : « Vi aspergerò con acqua
pura e sarete purificati: io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e
da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi
uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore
di carne » (Ez 36, 25-27).
Che questo magnifico linguaggio biblico non ci tragga in errore! Non
si tratta qui di un appello ai buoni sentimenti, per arrivare ad una
semplice condivisione materiale, per quanto valida ed efficace possa
essere. Si tratta della proposta più impegnativa che ci possa essere,
quella di Dio stesso, che viene ad offrire a ciascuno di noi un cammino
di liberazione dai nostri idoli ed ad insegnarci ad amare. Questo
impegna tutto il nostro essere, che si trova così riunificato. Allora,
potremo vincere le nostre paure ed i nostri egoismi per essere attenti
ai nostri fratelli e servirli.
I nostri idoli ci insidiano da molto vicino; sono la nostra ricerca,
individuale e comunitaria, di ricchi o di poveri, dei beni materiali,
del potere, della reputazione, del piacere, considerati come fini a se
stessi. Servire questi idoli rende schiavo l'uomo e povero il pianeta
(cf. n. 25). L'ingiustizia profonda subita da colui che non dispone del
necessario, risiede precisamente nel fatto che egli è obbligato, spinto
dalla necessità, a ricercare innanzitutto questi beni materiali.
Il cuore del povero Lazzaro è più libero di quello del ricco malvagio
e Dio, attraverso la voce di Abramo, non chiede soltanto al ricco di
condividere la mensa con Lazzaro, ma gli chiede di cambiare il suo
cuore, di accettare la legge dell'amore per diventare suo fratello (cf.
Lc 16, 19 ss.).
E liberandoci dai nostri idoli che Dio consentirà non solo che il
nostro lavoro trasformi il mondo, accrescendo i diversi tipi di
ricchezza, ma soprattutto farà in modo che il lavoro stesso venga inteso
come servizio a tutti gli uomini. Il mondo, allora, potrà ritrovare la
sua bellezza originale, che non è unicamente quella della natura il
giorno della Creazione, ma quella del giardino mirabilmente lavorato e
reso fertile dall'uomo, al servizio dei suoi fratelli, alla presenza
amorevole di Dio e per amore suo.
« "Contro la fame cambia la vita", è il motto nato in ambienti
ecclesiali e che indica ai popoli ricchi la via per diventare fratelli
dei poveri... »93
L'attenzione al povero...
66. Il cristiano, là dove Dio lo ha posto nel mondo, risponderà
all'appello di colui che ha fame ponendosi seriamente delle domande
circa la propria stessa vita. L'appello di colui che ha fame spinge
l'uomo a interrogarsi sul senso e sul valore della sua attività
quotidiana. Cercherà di vedere le conseguenze, prossime ed a volte più
remote, del suo lavoro professionale, volontario, artigianale,
domestico. Misurerà la ricaduta, molto più concreta e più ampia di
quanto potesse ritenerla, dei suoi atti, anche di quelli più ordinari, e
dunque della sua effettiva responsabilità. Esaminerà la gestione del suo
tempo, che nel mondo attuale, per difetto o per eccesso, provoca tante
sofferenze; per esempio, nel caso della disoccupazione, può diventare un
fattore altamente distruttivo. Aprirà gli occhi della mente e del cuore
e, se saprà cogliere l'invito rivolto da Dio a tutti gli uomini, si
porrà con regolarità, discrezione ed umiltà all'ascolto e al servizio di
chi è nel bisogno. E questo un richiamo rivolto in particolar modo a
coloro che il linguaggio corrente definisce « i responsabili ».
San Paolo ribadisce, e non a caso, che « Gesù Cristo..... da ricco
che era si è fatto povero per voi » (2 Cor 8, 9). In effetti,
Egli voleva renderci ricchi con la sua povertà e con l'amore che noi
dobbiamo avere nei confronti del povero.
... nell'ascolto di Dio
67. L'ascolto di Dio presente nel povero, aprirà il cuore dell'uomo e
lo solleciterà a cercare un incontro personale sempre nuovo con Dio.
Questo incontro che Dio stesso vuole, Lui che non cessa di cercare ogni
uomo e tutto l'uomo, proseguirà nel cammino quotidiano che trasforma
progressivamente la vita di colui che accetta « di aprire la porta » a
Dio medesimo che umilmente bussa (cf. Ap 3, 20).
L'ascolto di Dio richiede del tempo, con Dio e per Dio. E la
preghiera personale: essa sola consente all'uomo di mutare il proprio
cuore e, di conseguenza, il proprio agire. Il tempo dedicato a Dio
non è tolto ai poveri. Una vita spirituale forte ed equilibrata non
ha mai distolto alcuno dal servizio dei suoi fratelli. E se San Vincenzo
de' Paoli (, 1660), famoso per il suo impegno in favore dei diseredati,
diceva: « Lascia la tua preghiera se tuo fratello ti chiede una tazza di
tisana », non bisogna scordarsi che il santo pregava circa sette ore al
giorno e trovava nella preghiera il sostegno al suo agire.
Cambiare vita...
68. L'uomo che è all'ascolto di suo fratello e che si apre alla
presenza ed all'azione di Dio, rimetterà progressivamente in discussione
le sue abitudini di vita. La corsa all'abbondanza, alla quale partecipa
un numero sempre crescente di individui, spesso in mezzo ad una
crescente miseria, cederà progressivamente il passo ad una maggiore
semplicità di vita che in molti paesi è già dimenticata, ma che
ridiventerà possibile ed anche auspicabile, nel momento in cui il
consumatore nelle sue scelte cesserà di preoccuparsi dell'apparire.
Infine, l'uomo, che così accetta di mutare il suo modo di vivere per
cercare di conformarsi a quello che Dio stesso ci ha mostrato nelle
parole di Cristo, e che riflette sulle conseguenze della sua attività —
quale che essa in apparenza sia, importante o insignificante — si
metterà in tal modo al servizio del bene comune, della promozione
integrale di tutti gli uomini e di ogni singolo uomo.
...per cambiare la vita
69. Liberato progressivamente delle sue paure e delle sue ambizioni
puramente materiali, illuminato sulle possibili conseguenze dei suoi
propri atti, quale che sia il suo ruolo, l'uomo, che così accoglie la
presenza di Dio in tutti gli aspetti della sua vita, diventerà un
operatore della civiltà dell'amore. Discretamente, in profondità, il suo
lavoro assumerà il carattere di una missione, nella quale si farà
obbligo di esercitare e sviluppare i suoi talenti, di contribuire alla
riforma delle strutture e delle istituzioni, di avere un comportamento
esemplare, che inciterà il suo prossimo ad agire parimenti, e di porsi
al servizio della dignità dell'uomo e del bene comune.
Le circostanze della vita fanno sì che un tale approccio al lavoro
venga considerato impossibile. Ma l'esperienza dimostra che anche in
situazioni apparentemente senza via d'uscita, ciascuno ha sempre un
seppur piccolo margine di manovra, e che le sue scelte hanno
un'importanza concreta, sia per i suoi simili sul posto di lavoro, come
pure per il bene comune. Ciascuno, in un certo senso, è responsabile
degli altri.94 E unodei segnali dell'appello all'amore che Dio non cessa
di far riecheggiare. In circostanze a volte difficili, che possono
addirittura provocare sofferenze prossime alla testimonianza-martirio,
ciascuno deve trovare sostegno nella forza di Dio, che ci promette il
suo aiuto se noi lo poniamo al centro della nostra vita, compresa quella
attiva.
« Coraggio, popolo tutto del paese, al lavoro, perché io sono con
voi... ed il mio Spirito sarà con voi, non temete » (Ag 2, 4-5).
Il cristiano lotta contro le « strutture di peccato » e si fa
addirittura strumento della loro distruzione. Pratiche tanto deleterie
sul piano dello sviluppo economico e sociale saranno allora meno
diffuse. Nelle regioni ove i cristiani, con coraggio e determinazione,
coinvolgeranno uomini di buona volontà, la miseria potrà cessare di
progredire, le abitudini di consumo potranno mutare, potranno
realizzarsi riforme, la solidarietà svilupparsi e la fame arretrare.
Sostenere le iniziative
70. In prima fila tra questi cristiani figurano i religiosi e i
ministri ordinati, chiamati a dare la loro vita per Dio e per i propri
fratelli.
Per tutto il corso della storia della Chiesa, dai diaconi degli Atti
degli Apostoli (cf. At 6, 1 ss), fino ad oggi, vi sono stati
uomini e donne straordinari,95 ordini religiosi e missionari,
associazioni di cristiani laici, istituzioni ed iniziative ecclesiali,
che hanno cercato di aiutare i poveri e gli affamati. Hanno combattuto
la sofferenza e la miseria sotto tutte le loro forme, in obbedienza a
Cristo.
La Chiesa ringrazia tutti coloro che attualmente prestano questi
servizi sotto forma di azioni concrete in favore del prossimo, nelle
diocesi, nelle parrocchie, presso le organizzazioni missionarie, le
organizzazioni caritatevoli e le altre ONG. Essi trasmettono l'amore di
Dio e mostrano l'autenticità del Vangelo.
La Chiesa cattolica è presente in tutti i continenti con circa 2700
diocesi o circoscrizioni molto diverse fra loro,96 molte delle quali
impegnate già da tempo nell'azione contro la fame e la povertà. Le
diocesi e le parrocchie sono luoghi privilegiati di discernimento in
ordine a ciò che i cristiani possono fare. In tali contesti, facilitano
l'organizzazione di gruppi a livello popolare, di gruppi locali e di
comunità. Comunità di accoglienza a misura d'uomo possono ridare
fiducia, aiutare ad organizzarsi, a meglio vivere, ad uscire dalla
rassegnazione e dall'annientamento. Il Vangelo ridiventa così speranza
per i poveri, in un crogiuolo ove la forza di Cristo si coniuga con
quella dei diseredati.
Ciascuno è chiamato a partecipare a questa azione. Ciascuno, a
seconda delle sue condizioni di vita, della sua posizione nel mondo e
nel suo ambiente circostante, deve tradurre in azioni questo appello
all'amore che Dio ci trasmette tramite la presenza dei nostri fratelli
che hanno fame. La meravigliosa varietà umana, nella diversità delle
culture, comporta una molteplicità di impegni e missioni.
E il caso, dunque, che ogni cristiano favorisca le diverse iniziative
locali. La Chiesa cattolica è consapevole di condividere questo impegno
con le altre chiese cristiane e con le altre comunità religiose, come
pure con tutti gli uomini di buona volontà. Le azioni a carattere
umanitario sono un importante campo di azione per il cristiano, che
dovrà tuttavia contribuirvi in maniera particolare affinché gli scopi
dell'associazione e della sua azione rimangano centrati al servizio
integrale dell'uomo, senza escludere la sua dimensione spirituale. In
tal modo egli sarà un baluardo contro coloro che potrebbero tentare di
sviare il dinamismo dell'associazione verso obiettivi politici ispirati
al materialismo e ad ideologie che, in ultima analisi, sono sempre
distruttive dell'uomo.
La chiamata alla missione nella quotidianità di ogni cristiano
71. Il cristiano è al servizio dei suoi fratelli, in tutti i campi
della sua attività e della sua vita. L'amore operoso è un appello
rivolto a tutti i cristiani nel loro lavoro quotidiano, come pure nelle
loro iniziative personali. L'impegno del cristiano, al pari delle sue
azioni umanitarie e caritative, proviene dalla stessa chiamata alla
missione.
Nella loro attività professionale, come pure in quella di
volontariato o nel lavoro domestico, spesso notevole, l'uomo e la donna
sono chiamati a vivere la stessa missione, quella di annunciare e
servire la Buona Novella nelle gioie e nelle sofferenze quotidiane e in
ogni situazione. La qualità del proprio lavoro, la partecipazione a
riforme giuste, l'esempio umile nel comportamento, l'attenzione agli
altri, sempre presente anche al di là dei legittimi obiettivi personali
ed istituzionali, tutto ciò è un bagaglio quotidiano per l'uomo e la
donna che cercano di offrire a Dio, in tutti gli aspetti della loro
vita, la possibilità di avvicinarsi loro e di far crescere il mondo
intero nel Suo amore. Saranno allora vieppiù capaci di lottare contro
gli sprechi e le ingiustizie e di offrire le loro sofferenze e le loro
gioie a Cristo Salvatore, che dà loro il suo Spirito nella vita di ogni
giorno.
Il cristiano cercherà di affidare tutte le proprie azioni nelle mani
di Colui che parla direttamente al nostro cuore per bocca di ogni
povero. Il cristiano, trascinatore di uomini di buona volontà, con i
quali condivide i valori umani fondamentali, dovrà vigilare a che il suo
agire personale e quello dei suoi fratelli cristiani, rimanga ispirato
alla Parola di Dio e radicato nella vita divina, in unione con la Chiesa
e con i suoi pastori. La comunione nell'azione deve essere comunione con
il Signore, che veglierà egli stesso affinché tale azione sia pensata e
realizzata nello Spirito Santo e non perda la sua qualità di missione
dalla radice divina, missione nella quale il Servo dell'Uomo è cercato
in modo personale quale fonte, forza e fine dello stesso agire.
Il cristiano troverà il suo continuo sostegno nella preghiera alla
beata Vergine Maria, orante ed agente in uno stesso movimento di
servizio incondizionato a Dio ed agli uomini. La Madre di Dio
supplicherà lo Spirito Santo di effondersi nell'intelligenza e nel cuore
del cristiano, che diventerà in tal modo, nel suo agire, un
collaboratore libero, responsabile e fiducioso, in una azione che
testimonierà l'amore di Dio e avrà fin d'ora il suo peso di eternità.
Città del Vaticano, Palazzo San Calisto, 4 ottobre 1996, Festa di
San Francesco d'Assisi.
Paul Josef Cordes
Arcivescovo titolare di Naisso
Presidente
Pontificio Consiglio « Cor Unum »
Mons. Iván MarIn
Segretario
Pontificio Consiglio « Cor Unum »
INDICE
Presentazione
Introduzione [nn. 1-3]
I
LA REALTA DELLA FAME
La sfida della fame [n. 4]
Uno scandalo durato troppo a lungo: la fame distrugge la vita [n. 5]
La malnutrizione compromette il presente ed il futuro di un popolo
[n. 6]
Le principali vittime: le popolazioni più vulnerabili [n. 7]
La fame genera la fame [n. 8]
Cause individuabili [n. 9]
A) Cause economiche
Le cause profonde [n. 10]
Il debito dei paesi con difficoltà di sviluppo [n. 11]
I programmi di aggiustamento strutturale [n. 12]
B) Le cause socio-culturali
Le realtà sociali [n. 13]
La demografia [n. 14]
Le sue implicazioni [n. 15]
C) Le cause politiche
L'influenza della politica [n. 16]
La concentrazione dei mezzi [n. 17]
Le destrutturazioni economiche e sociali [n. 18]
D) La terra può nutrire i suoi abitanti
I notevoli progressi dell'umanità [n. 19]
I mercati agro-alimentari [n. 20]
L'agricoltura moderna [n. 21]
II
SFIDE DI NATURA ETICA DA AFFRONTARE INSIEME
La dimensione etica del fenomeno [n. 22]
L'amore del prossimo per raggiungere lo sviluppo [n. 23]
La giustizia sociale e la destinazione universale dei beni [n. 24]
Le costose deviazioni dal bene comune: le « strutture di peccato »[n.
25]
All'ascolto preferenziale dei poveri ed al loro servizio: la
condivisione [n. 26]
Una società integrata [n. 27]
La pace, un equilibrio di diritti [n. 28]
Il disarmo, un'urgenza da cogliere [n. 29]
Rispetto dell'ambiente [n. 30]
Ecologia e sviluppo equo [n. 31]
Cogliere insieme la sfida [n. 32]
Riconoscere il contributo dei poveri alla democrazia [n. 33]
Le iniziative comunitarie [n. 34]
L'accesso al credito [n. 35]
Il ruolo fondamentale delle donne [n. 36]
Integrità e senso sociale [n. 37]
III
VERSO UN'ECONOMIA PIU SOLIDALE
Per meglio servire l'uomo e tutti gli uomini [n. 38]
Far convergere l'azione di tutti [n. 39]
La volontà politica dei paesi industrializzati [n. 40]
Stabilire equamente le condizioni di scambio [n. 41]
Superare il problema del debito [n. 42]
Aumentare l'aiuto pubblico a favore dello sviluppo [n. 43]
Ripensare l'aiuto [n. 44]
Gli aiuti di emergenza, una soluzione tampone [n. 45]
La concertazione dell'aiuto [n. 46]
La sicurezza alimentare: una soluzione permanente [n. 47]
Priorità alla produzione locale [n. 48]
L'importanza della riforma agraria [n. 49]
Ruolo della ricerca e dell'educazione [n. 50]
Gli organismi internazionali: Associazioni Internazionali Cattoliche,
Organizzazioni Internazionali Cattoliche (OIC), Organizzazioni non
governative(ONG) e reti da loro costituite [n. 51]
La duplice missione degli Organismi Internazionali [n. 52]
Una solidarietà fraterna [n. 53]
IV
IL GIUBILEO DELL'ANNO 2000
UNA TAPPA NELLA LOTTA CONTRO LA FAME
I Giubilei: dare a Dio ciò che è di Dio [n. 54]
Diventare « provvidenza » per i propri fratelli [n. 55]
Dignità dell'uomo e fecondità del suo lavoro [n. 56]
L'economia degradata dalla mancanza di giustizia [n. 57]
Equità e giustizia nell'economia [n. 58]
Ispirare nuove proposte giubilari [n. 59]
V
LA FAME: UN APPELLO ALL'AMORE
Il povero ci chiama all'amore [n. 60]
La povertà di Dio [n. 61]
La Chiesa è con i poveri [n. 62]
Il povero ed il ricco sono entrambi chiamati alla libertà [n. 63]
La necessaria conversione del cuore dell'uomo [n. 64]
« Diffidate degli idoli! » [n. 65]
L'attenzione al povero... [n. 66]
... nell'ascolto di Dio [n. 67]
Cambiare vita... [n. 68]
... per cambiare la vita [n. 69]
Sostenere le iniziative [n. 70]
La chiamata alla missione nella quotidianità di ogni cristiano [n.
71]
(1) Nell'elaborazione del presente documento, il cui originale è in
lingua francese, particolare cura è stata posta nel tener conto degli
studi più diversi e recenti; purtuttavia, il fatto che vengano citati
nel testo non ne implica un'approvazione integrale e senza riserve.
(2) Cf. ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite), Déclaration
universelle des droits de l'homme (Dichiarazione universale dei diritti
dell'uomo), adottata e proclamata dall'Assemblea Generale delle
Nazioni Unite nella sua risoluzione 217 A (III) del 10 dicembre 1948,
art. 25.1.
(3) ONU, Déclaration sur le progrès et le développement dans le
domaine social (Dichiarazione sul progresso e lo sviluppo nel settore
sociale), proclamata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite
nella sua risoluzione 2542 (XXIV) dell'11 dicembre 1969, parte II, art.
10b.
(4) ONU, Déclaration universelle pour l'éliminataion définitive de
al faim et de la malnutrition (Dichiarazione universale per
l'eliminazione definitiva della fame e della malnutrizione), Conférence
Mondiale de l'Alimentation (Conferenza Mondiale sull'Alimentazione)
Roma, 16 novembre 1974, n. 1.
(5) FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e
l'agricoltura) ed OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità),
Conférence Internationale sur la Nutrition, Déclaration mondiale sur la
nutrition (Conferenza Internazionale sulla Nutrizione, Dichiarazione
mondiale sulla nutrizione), Rapporto finale della Conferenza, n.
1, Roma 1992.
(6) 3 Cf. ibid., n. 1. Cf. anche FAO, Necessità e risorse,
Atlante dell'alimentazione e dell'agricoltura, Roma 1995, p. 16: «
In media nel mondo sono disponibili circa 2700 calorie alimentari a
testa al giorno, abbastanza da soddisfare il fabbisogno energetico di
tutti. Ma non esiste uniformità nella produzione, né nella distribuzione
alimentare. Alcuni paesi producono più di altri, ma sono i sistemi di
distribuzione e il reddito familiare a determinare l'accesso agli
alimenti ».
(7) Cf. FAO, Agriculture: Horizon 2010 (Agricoltura: Orizzonte
2010), Doc. C 9324, Roma 1993, p. 1.
(8) Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Costituzione Pastorale Gaudium et
spes (1965), n. 40: « La Chiesa, che è insieme società visibile e
comunione spirituale, cammina insieme con l'umanità tutta e sperimenta
assieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e
quasi l'anima destinata a rinnovarsi in Cristo e trasformarsi in
famiglia di Dio. Tale compenetrazione di città terrena e città celeste
non può certo essere percepita se non con la fede... ».
(9) Conc. Oecum. Vat. II, Costituzione pastorale Gaudium et spes
(1965), n. 69.
(10) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Sollicitudo rei socialis
(1987), n. 41, AAS (1988), p. 570.
(11) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Sollicitudo rei socialis
(1987), n. 33, l. c., p. 558; cf. anche Paolo VI, Lettera
Enciclica Populorum progressio (1967), n. 47, AAS (1967),
p. 280.
(12) Cf. FAO, Necessità e risorse. Atlante dell'alimentazione e
dell'agricoltura, Roma 1995, p. 16. Cf. anche nota n. 4.
(13) Cf. Alan Berg, Malnutrition: What can be done? Lessons from
World Bank Experience, The John Hopkins University Press for World
Bank, Baltimore, Maryland, 1987.
(14) Alcuni studi condotti dalla FAO e dall'OMS hanno stabilito che
il minimo giornaliero necessario è di circa 2100 calorie e la
disponibilità quotidiana necessaria di alimenti deve essere pari a 1,55
volte il metabolismo di base; al di sotto di questi parametri un
individuo può essere considerato sofferente di sotto alimentazione
cronica (cf. FAO ed OMS, Conférence Internationale sur la Nutrition.
Nutrition et développement. Une évaluation d'ensemble [Conferenza
Internazionale sulla Nutrizione. Nutrizione e sviluppo. Una valutazione
d'insieme], Roma 1992). Attualmente, esistono ancora nel mondo 800
milioni di individui sotto alimentati, il fabbisogno medio di un adulto
è di 2500 calorie al giorno. Gli abitanti dei paesi industrializzati
assimilano circa 800 calorie in eccesso al giorno, mentre gli abitanti
dei paesi in via di sviluppo debbono accontentarsi di un apporto di due
terzi di tale razione (cf. Le sud dans votre assiette.
L'interdépendance alimentaire mondiale, CRDI, Ottawa 1992, p.26).
(15) 3 Cf. Documento preparatorio dell'UNCTAD (Conferenza delle
Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo) alla seconda Conférence
des Nations Unies sur les Pays Moins Avancés (Conferenza delle
Nazioni Unite sui Paesi meno sviluppati), Parigi 1990.
(16) FAO ed OMS, Conférence Internationale sur la Nutrition.
Déclaration mondiale sur la nutrition, (Conferenza Internazionale sulla
Nutrizione. Dichiarazione mondiale sulla nutrizione) Rapporto finale
della Conferenza Roma 1992, n. 2.
(17) Cf. Banca Mondiale, Poverty and Hunger, 1986. Questo
documento descrive i livelli di insicurezza alimentare (transitori o
cronici), le cause economiche di tali situazioni ed i mezzi per porvi
rimedio a medio ed a lungo termine. Tale distinzione, pur se utile,
presenta l'inconveniente di non evidenziare direttamente le correlazioni
fra le diverse cause, il che metterebbe più chiaramente in luce il loro
ordine di importanza, in quanto alcune cause sono allo stesso tempo
effetto di cause più profonde. Il concetto di durevole associato allo
sviluppo aveva in origine il senso di un processo compatibile con il
rispetto dell'ambiente, mentre ora tale nozione comprende anche quella
della permanenza dello sviluppo.
(18) Cf. Banca Mondiale, Poverty and Hunger, 1986.
(19) Il termine italiano traduce l'espressione francese « pays en mal
de développement », la quale esula dal campo della mera economia, e si
applica ai paesi la cui evoluzione economica e sociale è eccessivamente
onerosa in termini di sofferenze umane, di mezzi finanziari e, in ugual
misura, di abbandono di conoscenze e pratiche usuali e di perdita di un
patrimonio acquisito nel corso dei secoli.
(20) L'Asia ha fatto registrare globalmente una performance molto più
efficace, dovuta, in complesso a migliori politiche e a migliori
realizzazioni, senza che tuttavia la qualità dei rapporti interpersonali
possa essere considerata migliore, né i livelli di corruzione più bassi.
(21) In alcuni paesi si sono dovuti effettuare dei tagli nel settore
dell'educazione. Da notare che in molti dei paesi con difficoltà di
sviluppo, una certa propensione a favorire l'insegnamento superiore a
spese dell'istruzione primaria, costituisce un problema ricorrente che
le istituzioni internazionali debbono affrontare nel loro dialogo con
questi paesi.
(22) Cf. UNFPA (United Nations Populations Fund – Fondo delle Nazioni
Unite per la Popolazione), The State of World Population 1993,
New York 1993; United Nations, World Population Prospects; the 1992
Revision, New York 1993. Cf. anche FNUAP (Fonds des Nations Unies
pur la Population), Etat de la population mondiale 1994. Choix et
responsabilités.
(23) PNUD (Programme des Nations Unies pour le Developpement –
Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo), Rapport mondial sur
le developpement humain, 1990. Economica, Parigi 1990. Cf.
ibidem, p. 94: nei paesi in via di sviluppo, laddove vive la maggior
parte delle persone che soffrono la fame, la popolazione rurale è più
che raddoppiata e la popolazione urbana è triplicata o quadruplicata in
30 anni (dal 1950 al 1980).
(24) Cf. Franz Böckle u.a., Armut und Bevölkerungs-Entwicklung in
der Dritten Welt (Povertà e sviluppo demografico nel terzo mondo)
edita dal Gruppo di lavoro scientifico sui problemi della Chiesa
universale della Conferenza Episcopale tedesca, Bonn 1991.
(25) Cf. Pontificia Accademia delle Scienze, Popolazione e
Risorse. Rapporto. Città del Vaticano 1993 (i dati statistici
forniti hanno già subito delle modifiche).
(26) Cf. Pontificio Consiglio per la Famiglia, Evoluzioni
demografiche. Dimensioni etiche e pastorali, Città del Vaticano
1994. Cf. Le contrôle des naissances dans les pays du Sud: promotion
des droits des femmes ou des intérêts du Nord, in « Inter-mondes »,
vol. 7, n. 1, ottobre 1991, p. 7: recentemente, numerose ricerche hanno
dimostrato che altri tre fattori, oltre al controllo delle nascite,
contribuiscono parimenti al rallentamento della crescita della
popolazione mondiale. Si tratta dello sviluppo economico e sociale, del
miglioramento delle condizioni di vita delle donne, e, paradossalmente,
della riduzione della mortalità infantile. Cf. anche UNICEF (United
Nations Children's Fund – Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia),
La situation des enfants dans le monde, Ginevra 1991.
(27) Cf. Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti alla
Settimana di Studi su « Risorse e Popolazione » organizzata dalla
Accademia Pontificia delle Scienze (22 novembre 1991), nn. 4 e 6: « La
Chiesa è consapevole della complessità del problema... Ma al momento di
adottare misure di emergenza, non bisogna essere indotti in errore;
l'applicazione di metodi che non risultano in armonia con la vera natura
dell'uomo, finisce di fatto per causare danni drammatici... che
colpiscono in particolare gli strati più poveri e deboli della
popolazione, aggiungendo ingiustizia ad ingiustizia », AAS
(1992), pp. 1120-1122. Cf. anche Cardinal Angelo Sodano, Intervento
alla Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo (CNUED),
di Rio de Janeiro (13 giugno 1992), L'Osservatore Romano, 15-16
giugno 1992.
(28) FAO e OMS, Conférence Internationale sur la Nutrition.
Déclaration mondiale sur la nutrition (Conferenza Internazionale sulla
Nutrizione. Dichiarazione mondiale sulla nutrizione), Rapporto
finale della Conferenza, Roma 1992, n. 15.
(29) Cf. FAO, Agriculture: Horizon 2010, Doc. C 9324, Roma
1993, n. 2.13.
(30) Cf. PNUD Rapport Mondial sur le Dévloppement humain 1990
(Rapporto Mondiale sullo Sviluppo umano 1990), Economica Paris 1990,
p. 18.
(31) FAO ed OMS, Conférence Internationale sur la Nutrition.
Déclaration mondiale sur la Nutrition, (Conferenza Internazionale
sulla Nutrizione. Dichiarazione mondiale sulla nutrizione.) Rapporto
finale della Conferenza, Roma 1992, n. 1.
(32) Ibidem.
(33) L'Argentina risulta fra i massimi esportatori di grano e di
carne bovina: Questa nazione, dunque, non è da annoverarsi fra i paesi
con difficoltà di sviluppo; è un paese industrializzato il cui andamento
economico sul lungo periodo era insoddisfacente per ragioni
essenzialmente imputabili alle debolezze dei suoi sistemi politici. Tale
situazione è profondamente mutata negli ultimi anni e le conseguenze
economiche sono già evidenti.
(34) Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice
Vaticana 1992, § 1906 ove si trova la definizione di « bene comune »,
ripresa da Gaudium et spes, n. 26, § 1: « l'insieme di quelle
condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi come ai singoli
membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più
speditamente ».
(35) Giovanni Paolo II, Discorso al Palazzo della CEAO
(Comunità Economica dell'Africa Occidentale), Ouagadougou, 29 gennaio
1990, AAS (1990), p. 818.
(36) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Centesimus annus
(1991), n. 31, AAS (1991), p. 831.
(37) Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Reconciliatio
et pænitentia (1984), n. 16, AAS (1985), pp. 213-217 (in
termini di peccato sociale che produce mali sociali), Lettera Enciclica
Sollicitudo rei socialis (1987), nn. 36-37, l. c., pp.
561-564 e Lettera Enciclica Centesimus annus (1991), n. 38, l.
c., p. 841. Questi documenti utilizzano anche espressioni quali «
situazioni di peccato » o anche « peccati sociali », facendo sempre
risalire la causa di questi peccati all'egoismo, alla ricerca del
profitto ed al desiderio di potere.
(38) La realizzazione dell'arma chimica, senza « ricadute », che
serve solo ad attaccare o a difendersi, ne è testimonianza. A mero
titolo di esempio, le 500.000 tonnellate di prodotti mortali, in grado
di distruggere 60 miliardi di uomini, di cui dispone l'ex Unione
Sovietica, hanno avuto un costo di produzione di 200 miliardi di dollari
USA, ed altrettanto costerà distruggerle. Si tratta di risorse reali, e
dunque di una perdita secca per il pianeta. Questa avventura perversa si
traduce in un abbassamento del tenore di vita degli uomini
(principalmente, ma non solo, nell'ex URSS) e addirittura in fame per
numerose famiglie che altrimenti non l'avrebbero conosciuta.
(39) Cf. Paolo VI, Omelia del Natale 1975 a conclusione
dell'Anno Santo, AAS (1976), p. 145. Questo concetto è stato
utilizzato per la prima volta dal Papa Paolo VI.
(40) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Centesimus annus
(1991), n. 28, l. c., p. 828.
(41) Cf. Larry Salmen, Listen to the People, Participant-Observer
Evaluation of Development Projects, The World Bank and Oxford
University Press 1987. A tale proposito si può ricordare il metodo
dell'osservatore partecipante, praticato da un consulente della Banca
Mondiale. Profondamente motivato dall'amore per gli uomini, non ha
esitato a trascorrere periodi da tre a sei mesi, nelle « favelas »
dell'America del Sud (specie Quinto e La Paz), per condurre la stessa
vita della popolazione. Ogni volta è stato così in grado di consigliare
gli architetti che lavoravano al rinnovamento urbano, per evitare che le
nuove costruzioni venissero sistematicamente danneggiate dai nuovi
abitanti, usciti dalle loro misere catapecchie. E l'ascolto
preferenziale del povero che, nel caso specifico è anche beneficiario,
come lo stesso buon senso, che richiede eroismo. In un secondo momento,
il consulente ha diffuso questo metodo in Thailandia, coinvolgendo
l'autorità mondiale della Banca per convincere i funzionari di Bangkok
ad andare a vivere loro stessi per un certo periodo con i loro
concittadini svantaggiati per garantire in tal modo il successo dei
programmi di nuovi alloggi urbani.
Da segnalare ugualmente lo straordinario intervento di un pastore
inglese, Stephen Carr, che ha vissuto per 20 anni in due villaggi
africani, servendosi unicamente delle risorse e delle tecniche
tradizionali. Era divenuto molto influente in quei luoghi e, di
passaggio a Washington, è stato intervistato dalla Banca Mondiale
nell'anno 1985/86. La sua testimonianza ha illuminato gli specialisti
della Banca, che accusavano un insuccesso dopo l'altro nei progetti
agricoli dell'Organismo in Africa. Esiste una simbiosi fra il contadino
e la terra. La bella terra d'Africa è buona ma molto fragile. I
cambiamenti di abitudini indotti nei contadini dall'economia moderna e
la perdita dei valori ancestrali ha comportato la distruzione della
terra. I missionari cattolici, e forse anche altri, lo avevano
perfettamente capito. Le vecchie missioni erano rispettose dei talenti e
specie dell'esperienza tradizionale. Questi valori sono stati riscoperti
da alcune ONG, fra le quali la FIDESCO, con sede in Francia e presente
in alcuni altri paesi europei.
(42) Cf. l'opera del P. Joseph Wrejinsky e di ATD - Quart-Monde.
(43) Cf. Giovanni XXIII, Lettera Enciclica Pacem in terris
(1963), cap. III, AAS (1963), pp. 279-291.
(44) Giovanni Paolo II, Discorso alla Conferenza della FAO in
occasione della celebrazione del 50.esimo anniversario
dell'Organizzazione (23 ottobre 1995), n. 2, L'Osservatore Romano,
23-24 ottobre 1995.
(45) Banca Mondiale, Rapport sur le développpement dans le monde
1990 (Rapporto sullo sviluppo nel mondo), 1990, Washington 1990, p.
19.
(46) Cf. Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Il
commercio internazionale delle armi. Una riflessione etica, Città
del Vaticano 1994.
(47) Cf. FAO, Développement durable et invironnement, les
politiques et activités de la FAO (Sviluppo duraturo ed ambiente,
politiche ed attività della FAO), Roma 1992.
(48) 3 Cf. Giovanni Paolo II, Discorso alla venticinquesima
sessione della Conferenza della FAO (16 novembre 1989), n. 8, AAS
(1990), pp. 672-673.
(49) Cf. Chirografi d'istituzione delle Fondazioni Pontificie
« Giovanni Paolo II per il Sahel », fondata il 22 febbraio 1984 e «
Populorum Progressio », fondata il 13 febbraio 1992. La sede legale
delle due Fondazioni è presso il Pontificio Consiglio « Cor Unum »,
Stato della Città del Vaticano; la sede del Consiglio di Amministrazione
della Fondazione « Giovanni Paolo II per il Sahel » è a Ouagadougou
(Burkina Faso) e quella della Fondazione « Populorum Progressio » a
Santafé di Bogotà (Colombia).
(50) Cf. Giovanni Paolo II, Discorso all'Assemblea generale
delle Nazioni Unite in occasione del 50o anniversario
dell'Organizzazione (5 ottobre 1995), nn. 12 e 13, L'Osservatore
Romano, 6 ottobre 1995.
(51) Citiamo alcune di queste iniziative: Economia di Comunione Opera
di Maria, Movimento del Focolare (Grottaferrata, Roma) AVSI Comunione e
Liberazione (Milano), FIDESCO Communauté Emmanuel (Parigi); « Famiglia
in Missione » Cammino Neocatecumenale (Roma), Opera sociale « Kolping
International » (Colonia).
(52) PNUD, op. cit., p. 31 (cf. nota n. 29).
(53) Cf. IFAD (International Fund for Agricultural Development –
Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo), The Role of Rural
Credit Projects in Reaching the Poor, Rome-Oxford 1985.
(54) Cf. Giovanni Paolo II, Lettera alle donne (29 giugno
1995), n. 4, AAS (1995), pp. 805-806.
(55) Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Mulieris
dignitatem (1988), nn. 6-7, AAS (1988), pp. 1662-1667. Cf.
anche Esortazione Apostolica post-sinodale Christifideles laici
(1988), AAS (1989), pp. 489, 492.
(56) Si può trarre una valutazione dell'ordine di grandezza della
corruzione, dalle stime dei servizi competenti di repressione delle
frodi (specie in Francia, TRACFIN) sull'entità del riciclaggio del
denaro.
(57) 3 Cf. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Sollicitudo rei
socialis (1987), n. 44, l. c., pp. 576-577.
(58) Giovanni XXIII, Lettera Enciclica Pacem in terris (1963)
cap. III, AAS (1963), p. 290.
(59) Cf. Leone XIII, Lettera Enciclica Rerum novarum (15
maggio 1891), Leonis XIII P.M. Acta, XI, Romae 1892, pp.
97-144.
(60) Cf. FAO, « Charte des paysans » (Carta dei lavoratori
agricoli): Dichiarazione di principio e programma d'azione
nel Rapporto della Conférence Mondiale sur la Réforme agraire
et le Développement rural (Conferenza Mondiale sulla Riforma agraria e
lo Sviluppo rurale), Roma 1979.
(61) Cf. FAO, Rapporto della Conferenza della FAO, 23a
sessione, C85REP, p. 46; Roma, 9-28 novembre 1985.
(62) Cf. nota n. 4.
(63) Cf. Banca Mondiale, Rapport sur le développement dans le
monde, 1990, avant-propos, Washington 1990.
(64) Giovanni Paolo II, Discorso in occasione del 50o
anniversario della FAO, n 4, L'Osservatore Romano, 23-24 ottobre
1995.
(65) Cf. PNUD, Rapport mondial sur le développement humain 1992,
Economica, Parigi 1992, p. 49; cf. anche ONU, Rapport de la
Conférence des Nations Unies sur l'environnement et le développement
(Rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo
sviluppo), Rio de Janeiro 1992, par. 33.13: « I paesi industrializzati
reiterano il loro impegno a devolvere lo 0,7% del loro PIL all'APD [Aide
Publique au Développement]- percentuale stabilita dall'ONU e da loro
convenuta- e, se non già realizzato, accettano di rivedere i loro
programmi di aiuto per raggiungere tale livello prima possibile...Alcuni
paesi si sono impegnati a raggiungere tale livello prima dell'anno
2000...I paesi che lo hanno già fatto debbono essere lodati ed
incoraggiati a continuare a contribuire all'azione comune tesa a mettere
a disposizione le importanti risorse supplementari necessarie".
(66) Cf. ONU, Rapport du Sommet Mondial pour le
Développement Social (Rapporto del Vertice Mondiale sullo
Sviluppo Sociale), Copenaghen, 6-12 marzo 1995, Déclaration et
Programme d'action (Dichiarazione e programma d'azione),
par. 88b.
(67) Giovanni XXIII, Lettera Enciclica Mater et magistra
(1961), cap. III, AAS (1961), p. 440.
(68) Giovanni Paolo II, Discorso in occasione del 50o anniversario
della FAO, n. 3, L'Osservatore Romano, 23-24 ottobre 1995.
(69) Cf. PNUD, op. cit., pp. 164-165 (cf. nota n. 64).
(70) FAO, Necessità e risorse... (cf. nota n. 11), p. 35. La
sicurezza alimentare dipende generalmente da quattro elementi: la
disponibilità di approvvigionamenti alimentari, l'accessibilità
ad una alimentazione sufficiente, la stabilità degli
approvvigionamenti, l'accettabilità culturale degli alimenti o di
determinate associazioni di alimenti.
(71) Cf. anche Pacte mondial de sécurité alimentaire (Patto
mondiale di sicurezza alimentare) (1985), già menzionato al n. 40.
(72) FAO, Landlessness. A growing problem, « Economic and
Social Development Series », 2, n. 28, Roma 1984; versione francese:
Le paysannat sans terre. Un problème toujours plus aigu, in «
Collection FAO: développement économique et social », n. 28, Roma 1985.
(73) Giovanni Paolo II, Messaggio in occasione della Giornata
Mondiale per la Pace del 1o gennaio 1990, « La pace con Dio
Creatore, la pace con tutta la creazione », n. 11, AAS (1990), p.
153.
(74) Conc. Oecum. Vat. II, Dichiarazione Gravissimum educationis,
n. 1, che rinvia a Pio XI, Lettera Enciclica Divini illius magistri
(1929), AAS (1930), pp. 50 ss.
(75) Cf. anche Pontificio Consiglio « Cor Unum », Catholic Aid
Directory, 4a ed., Città del Vaticano 1988 (prossimamente sarà
pubblicata la 5a edizione). Si considerino, ad esempio, gli Organismi
Membri di « Cor Unum »: Association internationale des Charités de St.
Vincent de Paul (AIC), Caritas Internationalis, Unione Internazionale
Superiore Generali (U.I.S.G.), Unione Superiori Generali (U.S.G.),
Australian Catholic Relief, Caritas Italiana, Caritas Liban, Catholic
Relief Services U.S.C.C., Deutscher Caritasverband, Manos Unidas,
Organisation Catholique Canadienne pour le Développement et la Paix,
Secours Catholique, Kirche in Not, Société de Saint Vincent de Paul,
Secrétariat des Caritas de l'Afrique francophone, Caritas Aotearoa
(Nuova Zelanda), Caritas Bolivia, Caritas Española, Caritas Moçambicana,
Misereor, Österreichische Caritaszentrale, Ordine di Malta.
(76) Molto importante è l'Unità IV del Consiglio Mondiale delle
Chiese a Ginevra; da menzionare altresì l'opera della Croce Rossa nel
mondo.
(77) Cf. nota n. 48.
(78) Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Tertio millennio
adveniente (1994), n. 12, AAS (1995), p. 13.
(79) Cf. ibid., n. 13, l.c., pp. 13-14.
(80) Conc. Oecum. Vat. II, Costituzione Pastorale Gaudium et spes
(1965), n. 39.
(81) Giovanni Paolo II, Meditazione in occasione della veglia di
preghiera al Cherry Creek State Park, nell'ambito della celebrazione
della VIII Giornata mondiale della gioventù, 14.8.1993, AAS
(1994), p. 416.
(82) Cf. Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Tertio millennio
adveniente (1994), n. 51: « ... proponendo il Giubileo come un tempo
opportuno per pensare, tra l'altro, ad una consistente riduzione — se
non proprio al totale condono — del debito internazionale che pesa sul
destino di molte Nazioni », l. c., p. 36.
(83) Cf. a tale proposito H. Hude, Ethique et Politique,
capitolo XIII: « La justice sur le marché », Ed. Universitaires, Parigi
1992.
(84) Cf. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Centesimus annus
(1991), n. 34, l. c., pp. 835-836.
(85) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae
(1995), n. 69, AAS (1995), p. 481.
(86) La Lettera Enciclica Centesimus annus (1991) del Papa
Giovanni Paolo II offre delle indicazioni in tal senso al n. 36: «
Individuando nuovi bisogni e nuove modalità per il loro soddisfacimento,
è necessario lasciarsi guidare da un'immagine integrale dell'uomo, che
rispetti tutte le dimensioni del suo essere e subordini quelle materiali
ed istintive a quelle interiori e spirituali. Al contrario, rivolgendosi
direttamente ai suoi istinti e prescindendo in diverso modo dalla sua
realtà personale cosciente e libera, si possono creare abitudini di
consumo e stili di vita oggettivamente illeciti. Il sistema economico
non possiede al suo interno criteri che consentano di distinguere
correttamente le forme nuove e più elevate di soddisfacimento dei
bisogni umani dai nuovi bisogni indotti, che ostacolano la formazione di
una matura personalità. E perciò necessaria ed urgente una grande opera
educativa e culturale, la quale comprenda l'educazione dei consumatori
ad un uso responsabile del loro potere di scelta, la formazione di un
alto senso di responsabilità nei produttori e, soprattutto, nei
professionisti delle comunicazioni di massa, oltre che il necessario
intervento delle pubbliche autorità... alludo al fatto che anche la
scelta di investire in un luogo piuttosto che in un altro è sempre una
scelta morale e culturale », l. c., pp. 838-840.
(87) Cf. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Centesimus annus
(1991), n. 60, l. c., pp. 865-866.
(88) Leone XIII, Lettera Enciclica Rerum novarum (1891), n.
35.
(89) Cor Unum cercherà di favorire la realizzazione di questo
progetto.
(90) Giovanni Paolo II, Secondo viaggio in Brasile (12-21 ottobre
1991), Discorso nella favela del Lixão de São Pedro,
Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIV2 (1991), p. 941.
(91) Conc. Oecum. Vat. II, Costituzione Pastorale Gaudium et spes
(1965), n. 37. Cf. anche Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica
Sollicitudo rei socialis (1987), nn. 27-28: « una simile concezione
[di sviluppo], legata alla nozione di "progresso", dalle connotazioni+++
(92) 3 Cf. nota n. 38.
(93) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Redemptoris missio
(1990), n. 59, AAS (1991), pp. 307-308.
(94) Questa convinzione non è soltanto diffusa presso i cristiani. E
alla base di un movimento recentemente costituito negli Stati Uniti, il
« comunitarismo ». Il sociologo A. Etzioni presenta il movimento che
auspica la promozione del bene comune di ogni uomo nel suo studio The
Spirit of Community. Rights, Responsabilities and the Communitarian
Agenda,Crown Publishers, inc. New York 1993.
(95) Cf. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Sollicitudo rei
socialis (1987), n. 40, l. c., p. 569.
(96) Cf. Secretaria Status Rationarium Generale Ecclesiae,
Annuarium statisticum Ecclesiae, Typis Vaticanis (1994), p. 41.